La filosofia come porto di salvezza

Il villaggio di cartone | L`ultimo lavoro del maestro bergamasco

Vorrei suggerire ai cattolici di ricordarsi spesso di essere anche cristiani", ha dichiarato Ermanno Olmi in occasione della presentazione del suo ultimo lungometraggio a Venezia. “Il villaggio di cartone” si rivela dal principio come un film che induce alla duplice riflessione: da un lato il valore della fede, dall’altro quello del rispetto. Spinge a interrogarsi sul vero significato di un gesto divenuto meccanico, come lo sono ormai le preghiere: quello dell’inginocchiarsi. Non come un rituale ma come una vera e propria invocazione, un prete si pone in questa posizione davanti all’altare della sua chiesa. Il figlio di una clandestina nasce qui, in un luogo sconsacrato e ormai in disarmo dove alcuni immigrati si sono rifugiati per ricominciare a vivere normalmente. Tra tendaggi e abiti talari di ispirazione caravaggesca, si snoda la denuncia di un autore da sempre attento alla realtà degli umili e alla religione.

Se negli anni Cinquanta e Sessanta è stato attivo nell’ambito della produzione di documentari alla Edisonvolta, i suoi film di finzione contengono in nuce il concetto stesso di cristianesimo sia sul piano diegetico – come nel caso degli avvenimenti raccontati in “…E venne un uomo” (1965) e di “Camminacammina” (1983), sia ad un livello extranarrativo musicale. Nel suo terzo film, “I fidanzati” (1963), il cattolicesimo sembrava invece quasi “banalizzato” (si pensi alla sequenza in cui il cane inizia ad abbaiare sull’invito alla preghiera da parte del prete), così come nel successivo “La circostanza” la religione veniva dissacrata mediante il dialogo tra due nonni preoccupati soltanto dell’aspetto mondano e sociale relativo al rito sacro del battesimo di un nipotino. Nel più celebre “L’albero degli zoccoli” (1978), diventano molto più numerosi i segnali di indice religioso usati in accezione positiva: contribuisce forse il contesto di ambientazione del film, quello della rivoluzione industriale in cui i valori morali erano ancora genuini e solidi, in particolar modo nella classe contadina che Olmi ha scelto di rendere ancora una volta protagonista.

In quest’ultimo film, denso di sacro e di profano, le parole di apertura sono affidate al personaggio di don Carlo (parroco del paese) che esorta Batistì a mandare a scuola Minek: Olmi lega quindi la religione al più generico concetto di “educazione”. Alla sua tematica costante il regista, recentemente insignito del premio alla carriera, sceglie di associare ora quello più attuale dell’indifferenza verso lo stato degli immigrati, una questione affrontata nello stesso tempo ma con stile differente anche da Crialese in “Terraferma”. La condizione dei clandestini e l’assenza di rispetto nei loro confronti non poteva non colpire la sensibilità e l’interesse di un regista leggendario come Olmi, divenendo l’occasione per il ritorno del sodalizio con Rutger Hauer. Se a Venezia Crialese affida alla suggestiva fotografia e alla “legge del mare” la capacità di livellare le differenze tra gli uomini, Olmi persevera nell’attribuire alla parola un ruolo primario. È attraverso il dialogo, infatti, che il mondo può forse tornare ad essere migliore: questo è il pensiero di un artista che tuttavia non cade nell’errore di distinguere il bene e il male secondo una vecchia concezione manichea, perché tra gli immigrati non appaiono soltanto figure di “santi” ma anche quella di un giovane con atteggiamenti violenti.

Morale? Se l’uomo non si libera dagli orpelli non può entrare in contatto con gli altri: si rischia altrimenti di diventare maschere o piccoli abitanti di un villaggio di cartone, come ci ricorda il titolo emblematico. Sarebbe più giusto dunque inginocchiarsi davanti alla sofferenza più che agli oggetti.

Ilaria Abate

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