La passione come forza autodistruttiva

A Dangerous Method | Tra mito e schermo

Si intitola “A Dangerous Method” ed è l’ultimo tassello del mosaico costruito sulla figura di Sigmund Freud al cinema: così come il padre della psicoanalisi ha vissuto nel limbo tra la scienza e il sogno, anche il suo personaggio persiste nell’inseguire la sua rappresentazione sullo schermo oltre che sulla pagina bianca. Più volte avevamo visto Freud al cinema e  in televisione: alcuni hanno ancora in mente l’interpretazione di Montgomery Clift alle prese con gli studi sull’autoanalisi, così come ci era stato presentato dal regista John Huston nel suo “Freud, passioni segrete” (1961). Reduci dalla precedente collaborazione per “Gli spostati” (1960), i due artisti contribuirono ad alimentare la costruzione di un’aura magica intorno all’uomo che fu il protagonista di una vera rivoluzione del Ventesimo secolo. Se qui il medico viennese si divideva chiaramente l’apparenza formale e i conflitti interiori legati ai drammi familiari, il Freud di Cronenberg ci appare come un soggetto scisso e senza vergogna di esserlo, una personalità in crisi non soltanto tra la carriera accademica e il triangolo amoroso che lo vede rivale del suo pupillo Carl Gustav Jung.

Secondo quanto rappresentato in scena sembrerebbe infatti che i due personaggi (interpretati rispettivamente da Viggo Mortensen e Michael Fassbender) siano arrivati all’interruzione della loro intesa a causa di una donna di nome Sabina Spielrein (Keira Knightley): l’ulteriore opposizione di Otto Gross (Vincent Cassel) nei confronti delle teorie di Freud avrebbe poi rappresentato un’altra difficoltà per l’evoluzione dei suoi studi. Su questa emblematica figura femminile, che passa magistralmente da paziente a medico e da vittima a carnefice così come soltanto i personaggi di Cronenberg riescono a fare, si focalizzava il documentario della regista svedese Elisabeth Marton, dal titolo “Ich hiess Sabina Spielrein" (2002): da specifico caso affetto di isteria nell’ospedale psichiatrico di Burghölzli a Zurigo, la ragazza sovietica instaura un legame così profondo con il suo redentore che finisce con il divenire membro della Società di Psicoanalisi di Vienna. Il ruolo centrale di Sabina nel tentativo di una ricostruzione storica della psicoanalisi è testimoniato dal fatto che non soltanto il lavoro di Jung rimase poi influenzato dalle teorie dei suoi studi, ma questi vennero esplicitamente citati all’interno dello scritto freudiano “Al di là del principio di piacere”, risalente al 1920.

Le vicende degli stessi personaggi, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, si snodano all’interno di “Prendimi l’anima” (2002) di Roberto Faenza, su uno sfondo nostalgico e romantico. Si tratta di una trasposizione in immagini della relazione tra Jung e la Spilrein venuta alla luce nel 1977 a causa di un carteggio segreto, relazione che non fu soltanto amorosa ma divenne simbolo del successo terapeutico del medico in quanto si trattò del primo caso di applicazione del metodo freudiano.

Possiamo facilmente intuire che queste tematiche non sono affatto estranee all’universo immaginario del cinema di Cronenberg. Personaggi che cercano disperatamente di sfuggire a regole imposte senza via di fuga e che scoprono, attraverso la mutazione e la sofferenza, la trasformazione della libido e del singolo al di là del suo contesto sociale… non esiste forse un filo rosso che collega tutti i suoi film, dai Settanta ad oggi? Se già in “Videodrome” (1983), la Tv sostituiva il reale al punto da fare esplodere qualunque tipo di pulsione sessuale e mortuaria e in “The Dead Zone” (1983), ispirato al romanzo di Stephen King, il protagonista uccide colui che ha l’obiettivo di portare il mondo alla fine atomica, l’analisi sull’intelletto umano trova più ampio spazio all’interno di “Dead Ringers” (1988), dove l`autore indaga sui rapporti tra due gemelli ginecologi o in “M. Butterfly” (1993), in cui l’amore e il sesso si legano al concetto di peccato e di forza distruttiva.

Se infine ripensiamo a “Eastern Promises” (2007) non possiamo fare a meno di affermare che il regista aveva già sperimentato, attraverso forme narrative inedite, l’accostamento tra elementi distruttivi all’interno della dinamica di una coppia impossibile. Dimenticando la levatrice ucraina protagonista di questo film, torniamo ancora ad osservare il personaggio di Sabina: è lei che, con i gesti e con le parole, suggerisce allo spettatore la chiave interpretativa più giusta per comprendere davvero la “pericolosità” di questo metodo. Su una panchina, Sabina cita Wagner e arriva dritta al nocciolo della questione: “si giunge alla perfezione soltanto attraverso quello che è considerato un peccato”. L’incontro di forze distruttive è l’unica soluzione per riportare equilibrio. In questo la figura dello stesso Freud non è immune alla mutazione perenne. Perfino il suo ruolo, considerato come valore assoluto, diventa relativo quando il gioco delle pulsioni detta legge sull’ordine razionale della vita.

Ilaria Abate
 

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