Jane Eyre | I tanti volti di una passione immortale

Jane Eyre | Storia di una donna e dei suoi mille volti

“Non è mai stata in una città e non ha mai parlato con un uomo” – confessa lei, guardando dalla finestra di Thornfield, oltre il profilo dell’orizzonte. Eppure il suo ardore svela una forza ben più profonda di quanto la sua “triste storia” possa celare. È la nuova “Jane Eyre” di Cary Fukunaga, ispirata all’omonimo personaggio letterario della scrittrice inglese Charlotte Brontë, nato nel 1847 come fusione tra il suo talento di prosatrice e una nota pulsione autobiografica (l’intera vicenda può essere letta come simbolo della lotta anticonformista nell’epoca vittoriana).

Questa volta Jane ha il volto di Mia Wasikowska  (che tutti ricordiamo nel ruolo di Alice nell’ultimo lavoro di Tim Burton e che appare attualmente sui nostri schermi anche come protagonista del drammatico “L’amore che resta” di Gus van Sant). Riuscirà la potente determinazione del suo personaggio a cancellare il volto di Charlotte Gainsbourg, interprete dello stesso ruolo nel film che Zeffirelli realizzò nel 1996 in onore della medesima figura di eroina indipendente? Le scommesse sono da poco state aperte, perché il film di Fukunaga è appena uscito nelle nostre sale e lotta con ben più di un “fantasma del passato”. Non c’è alcun dubbio: una donna dalla forte integrità morale in lotta con sé stessa più che con il mondo è tutt’altro che qualcosa di anacronistico.

L’attualità del tema e lo spessore psicologico dei personaggi – e non soltanto di quelli principali – sono due delle ragioni più evidenti che giustificano l’esistenza dei tanti adattamenti per lo schermo sullo stesso tema. Tra i più noti un film che risale al 1943, scaturito da una “regia non certificata” da parte di Orson Welles (interprete protagonista nel ruolo di Rochester) e di quella effettiva di  Robert Stevenson: il loro capolavoro apparve in Italia con il titolo “La porta proibita” e resta forse l’unico film che tra tutti è riuscito a mantenere piena fedeltà all’originaria aura di mistero costruita intorno alla figura di Bertha Mason. Quest’opera, il cui volto femminile ha i lineamenti dolci di Joan Fontaine, si autoesclude da ogni confronto con le successive se consideriamo il fatto che al genio di queste due grandi personalità del cinema si unisce la potenza musicale di Bernard Herrmann, il talento di uno sceneggiatore come Aldous Huxley e la partecipazione della piccola Elizabeth Taylor nel ruolo di Adele.

Ricostruzione fedele ma priva del medesimo impianto gotico è la successiva opera di Delbert Mann, del 1970: qui la storia dell’orfana Jane Eyre che vive dieci anni di regole crudeli all’istituto Lowood prima di trasferirsi come educatrice al castello dei Rochester sono rappresentate sullo schermo da George C. Scott e Susannah York. La passione amorosa tra i due, come è noto, mette a dura prova la fervida integrità morale di Jane. Non solo cinema: a rappresentare i suoi conflitti ha pensato anche il teleromanzo italiano che vedeva come protagonisti Ilaria Occhini e Raf Vallone. Si tratta di un lavoro situato agli antipodi rispetto a quello delle recenti mini serie firmate da Susanna White, quando il mezzo di comunicazione era invecchiato ma la storia di Jane Eyre ancora no.

Il 2011 ci riporta all’improvviso in quella stessa atmosfera cupa (location suggestive e paesaggi fiabeschi), trascinandoci nella ricca tenuta di un Mr. Rochester che questa volta ha le sembianze di un insolito Michael Fassbender. Un lavoro di stile, all’insegna del flashback e di tecniche stilistiche interessanti, ma che tuttavia non aggiunge molto altro sull’importanza di questa donna, della quale sapeva ben più segreti Virginia Woolf che addirittura la cita come modello di scrittrice desiderosa di autonomia economica e dignità socialmente riconosciuta già nel 1929, all’interno di un volume ancora troppo poco noto tra le giovani scrittrici emergenti che si intitola “Una stanza tutta per sé”.

Ilaria Abate

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