La sfida sommessa di Farhadi. Arriva nelle sale Una separazione

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su il Riformista

Asghar Farhadi, classe 1972, regista iraniano tra i più quotati, Orso d’oro a Berlino 2011 con “Una separazione”, designato dal suo Paese, seppure dopo qualche mal di pancia, nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero, lo dice chiaro e tondo: «La parola “frustata” dovrebbe essere cancellata dal nostro ordinamento». Novanta sono infatti i colpi di frusta comminati all’attrice Marzieh Vafamehr per aver girato alcune scene a capo scoperto nel film, peraltro semi-clandestino e nato come un saggio di diploma, “My Tehran for Sale”. Con il rinforzo di un anno di carcere. L’atroce pena corporale dev’essere ancora inflitta, ma certo l’aria che tira non è buona per la giovane interprete iraniana, attorno al cui drammatico caso – uno dei tanti – si è sviluppato un clamore internazionale destinato a irritare ancora di più i burocratici della Repubblica islamica presieduta da Mahmud Ahmadinejad. Gli stessi che fanno impiccare la gente per strada sulle gru e danno il via libera ad attentati negli Stati Uniti in combutta coi “narcos” messicani.

Volato a Roma per promuovere “Una separazione”, da venerdì 21 nelle sale distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti, Farhadi non si sottrae al tema delle libertà conculcate, sia personali sia artistiche. Ma scandisce con cura, tradotto in italiano dall’amico e attore Babak Karimi (nel film fa il giudice): «È un discorso lungo, complicato. Peggio di fare un film. A differenza di quanto si crede in Europa, il Sistema non è uniforme, monolitico, non esiste una sola logica, un solo pensiero». E quindi? «A volte vengono autorizzati film che sorprendono anche me; a volte si mettono in prigione i registi e passa la linea delle frustate. Dipende se vince l’ala dura, conservatrice, o se si impone l’ala liberale. Non c’è coerenza. Diciamo che è molto complicato girare film in Iran, ma si può lavorare. Io ho imparato a farlo. Dubito, invece, che ci riuscirebbe Spielberg».

Pizzetto nero e sguardo vispo, Farhadi è sopportato dal regime, comunque sospettoso e occhiuto, anche perché i suoi film hanno successo in patria, piacciono ai festival e trovano ascolto in tutto il mondo, perfino negli States, dove “Una separazione” uscirà distribuito dalla Sony. Difficile per i guardiani della Sharia arrestarlo, come hanno fatto con Jafar Panahi e tanti altri cineasti. I suoi film, da “About Elly” a quest’ultimo, raccontano storie di vita familiare, mai dichiaratamente politiche, dentro le quali arde la voglia di parlare d’altro: di condizione femminile, pratiche autoritarie, maschilismi persistenti, tradizione e modernità.

Però avverte: «Gli occidentali hanno una visione limitata delle nostre donne, che ritengono essere passive, chiuse in casa, lontane da ogni attività sociale. Certamente alcune vivono così, ma in generale sono attive, lavorano nella società, anche più degli uomini, nonostante le limitazioni alle quali sono soggette». Resta il fatto che nei film iraniani le donne portano il capo coperto, che sia un chador nero o un foulard sgargiante non importa, anche all’interno delle mura domestiche. Nella vita reale non succede, ma la falsificazione narrativa è imposta dalle leggi religiose. «Essendo vista dalla troupe e poi dagli spettatori in sala, l’attrice è considerata sempre in pubblico. Le bambine sotto i dieci anni, invece, non hanno questo problema» ammette il regista, che ha imparato ad attutire l’effetto mostrando i suoi personaggi femminili in uscita dalle case o in arrivo.

Detto questo, “Una separazione” è un gran bel film. Quasi un thriller neorealista, anche se l’etichetta gli va stretta. «Non penso sia importante far conoscere le mie intenzioni, preferisco che la gente esca dal cinema ponendosi delle domande» spiega il regista. La formula non è retorica o evasiva. Quasi abolendo la musica, stando addosso ai suoi magnifici interpreti sulla base di un copione rigoroso, Farhadi prende spunto da una separazione matrimoniale per svelarci un mondo sfaccettato, anche terribile, dove tutti custodiscono un segreto inconfessabile.

In sintesi. Simin, trentenne bella, benestante ed emancipata, ha intenzione di trasferirsi all’estero insieme alla figlia Termeh. Ma prima deve  divorziare dal marito Nader, che invece vuole restare a Teheran per accudire il padre malato di Alzheimer. Le cose si complicano alquanto quando l’uomo assume una badante, Razieh, giovane madre molto religiosa e ligia alle prescrizioni coraniche, per sorvegliare il padre nel corso della giornata. Non sa, Nader, che Razieh è incinta, pure maltrattata dal marito disoccupato e pieno di debiti. Un incidente casalingo provocherà una lite infinita, destinata a finire davanti al giudice con esiti imprevedibili.

Accadono tante cose in “Una separazione”, in un crescendo di ansia, omissioni, piccole violenze e mezze verità che Farhadi pilota con sapienza, lasciando emergere “il fattore umano”, insieme alle ragioni di tutti. Finale aperto, amarognolo. Non sorprende che anche i sei attori principali, tre uomini e tre donne, siano stati premiati a Berlino.        

Michele Anselmi

Lascia un commento