La memoria e il digitale

La rivoluzione del digitale | Quanto sopravviverà del passato?

Siamo dunque arrivati alla fine della pellicola cinematografica? Il cinema, la maggior parte degli spettatori non se ne accorge, è in fase di profonda mutazione. Le macchine da presa stanno lasciando il posto alle macchine digitali, che hanno aperto il varco già da qualche anno con l’ormai mitica Red. E se l’impiego della pellicola in fase di ripresa è ormai in via di estinzione, lo stesso utilizzo nelle sale cinematografiche sta diminuendo a vista d’occhio. Lì i proiettori vengono sostituiti dai più moderni strumenti digitali e la pellicola dagli hard disk. Al momento sono ancora per lo più macchinari a disco, in attesa di proiezioni trasmesse via satellite. Il 3D, con lo spettacolare successo di Avatar, ha stimolato la conversione al digitale, ma ora che il 3D è in affanno nessuno è in grado di prevedere se nel tempo diventerà lo standard da cui non si potrà prescindere, o se l’avvento dei digitale resterà confinato al duodimensionale. Resta la certezza che l’età dell’argento (elemento base della pellicola) volge al termine, anche se non è chiaro a quali trasformazioni sarà soggetta la filiera industriale. Che ne sarà della Kodak per esempio? Già messa in crisi dall’avvento dei telefonini (quanti ancora usano le macchine fotografiche e quanti ancora stampano una foto?), la più grande industria americana  del settore sa di poter sopravvivere solo se capace di guardare al futuro. Vivrà di soli brevetti, per sua fortuna numerosi, ma chiuderà le fabbriche sparse nel mondo, mandando a casa decine di migliaia di lavoratori. Potrà fare ancora profitti a condizione di riuscire a  trasformarsi  in tempo, altrimenti porterà i libri in tribunale. E la Technicolor, che fine farà? Prendiamo il caso della filiale italiana, tra le più dinamiche del vecchio continente. Per stampare 800 copie al giorno era necessaria una forza lavoro di 250 persone. Oggi per produrre 800 hard disk al giorno, l’equivalente delle copie su supporto in pellicola, bastano 30 persone. Gli altri 220 lavoratori dove finiranno? Altro esempio: sopravviverebbe il laboratorio di Cinecittà se non fosse entrato il capitale di Medusa a supportarlo? E di Pontina Parco a Tema che ne sarà?  Ha annunciato un investimento di 500 milioni di euro. Ma già si sa che i profitti potranno arrivare principalmente dall’avventura immobiliare sulla litoranea. L’avvento del digitale segna la fine del prodotto, inteso come processo di fabbrica e di lavorazione industriale. Siamo dunque entrati nell’era dei servizi, che domineranno sempre di più le singole fasi di ripresa, della postproduzione, degli effetti speciali. Ma che ne sarà dell’immenso patrimonio in pellicola giacente negli archivi e nei magazzini delle case di produzione? Che fine faranno centinaia di migliaia di film, documentari, mediometraggi e cortometraggi girati e stampati in pellicola? La verità è funesta: la stragrande maggioranza si deteriorerà e si consumerà. Si salveranno solo quei titoli che avranno la forza economica di convertirsi al digitale. Per tutti gli altri, solo l’oblio. Potremmo definire questa amara verità con una frase a effetto: lo scempio della memoria. Basti pensare che tempo fa in Rai insipienti dirigenti radiofonici per risparmiare hanno inciso i nuovi programmi sui nastri delle trasmissioni del passato. Così, trasmissioni belle e importanti sono andate perdute per sempre. Viene mente il necrologio, già da alcuni contestato, per la scomparsa di Steve Jobs, pioniere del digitale e dell’immateriale. Con il senno del poi, fu vera gloria?

Roberto Faenza

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