Warrior – Tu per cosa combatti?

Warrior | Un riscatto morale di cinque milioni di dollari

“Un’impossibilità non convincente è meglio di una possibilità convincente”. Questa citazione di Aristotele è la chiave interpretativa del lavoro svolto dagli sceneggiatori Anthony Tambakis e Cliff Dorfman in collaborazione con il regista Gavin O’Connor per il suo ultimo film. “Warrior” , infatti, è la dimostrazione che nel mondo della fiction tutto è permesso se viene raccontato in maniera plausibile. Tradotto in immagini: la storia del riscatto personale di due fratelli le cui esistenze hanno viaggiato come rette parallele per oltre quattordici anni improvvisamente diventa quella di due sfidanti all’interno di quella “gabbia” di combattimento che è il luogo deputato allo svolgimento del mitico torneo “Sparta”. Ispirandosi alla figura di Teogene, la disciplina delle arti marziali miste lega il concetto di forza fisica a quello di “purezza”, generando l’idea di una gara “giusta” e rispettosa – tipica tra eroi -, concetto fortemente in contrasto con la concretezza realistica conferita dal documentario della HBO (è incentrato sulle imprese del lottatore Mark Kerr, famoso per la sua ponderatezza intelligente).

Si tratta proprio di due eroi: da un lato il professore di liceo Brendan Conlon (Joel Edgerton), che lotta per difendere la sua casa dall’ipoteca in nome della famiglia e dell’amore per Tess, la donna per la quale “ha scelto di restare”; dall’altro lato Tommy (che ha scelto di adottare un cognome differente per una ragione tutt’altro che prevedibile). Il punto in comune? Il codice genetico, racchiuso non soltanto nell’impulso verso questa disciplina ereditata dalla passione del padre, ma ancor più metaforicamente dalla repulsione nei confronti di questa persona, divenuta ormai anziana ma alla quale non perdonano azioni passate poco dignitose. Non è forse un caso, quindi, se la voce off con la quale si apre il film è affidata proprio a Paddy Conlon (interpretato abilmente da Nick Nolte con la sua espressività inconfondibile e la capacità di lavorare su diversi generi e ruoli in maniera incondizionata): in “Warrior” è “arenato” nel piacere affabulatorio di Moby Dick e nel tentativo di recuperare gli affetti perduti che adesso si rivelano necessari per la sopravvivenza.

Quando sulla porta di casa sua giunge all’improvviso Tommy, scopriamo lentamente che la colpa che Paddy deve espiare è quello di essere stato un capofamiglia violento e che la sua dipendenza dall’alcool è la causa per cui questo suo “figlio prescelto” ha deciso di andar via con sua madre, alla cui morte si è poi arruolato nei Marines. Tornato dall’Iraq, Tommy non pretende altro da lui se non di riaverlo come allenatore per “Sparta”, in quanto ha l’assoluto bisogno dei 5 milioni di dollari promessi al vincitore. Riuscirà Tommy, solitario e truce, a sconfiggere tutti i campioni favoriti? La risposta è sì, ma non ha fatto i conti con l’imprevisto: essere sfavoriti, nelle discipline orientali, non è un punto di demerito. Ecco perché Brendan – sostenuto dai suoi alunni e da quello stesso preside Zito (Kevin Dunn) che aveva contribuito alla sospensione dall’attività didattica proprio a causa della scoperta delle sue performances notturne – riuscirà a confermarsi eroe in una catarsi liberatoria che vede materializzarsi il confronto tra i due fratelli e lo scioglimento di tutti i drammi irrisolti.

Il film, seppur costruito su una trama parzialmente prevedibile e su una chiara “logica del conflitto” tra personaggi, risulta convincente e si colloca come la perfetta sintesi di due lavori precedenti del regista. La partecipazione emotiva dello spettatore che esulta con i personaggi/pubblico sullo schermo era già stata messa in atto con “Miracle” (già qui O’Connor era riuscito a realizzare un film sullo sport che non parlasse di sport), così come in “Pride and glory – Il prezzo dell’onore”  era presente la tematica del “codice morale”. Un valore aggiunto per “Warrior” è rappresentato dalla  scelta delle location: Pittsburgh con le sue chiese, i suoi fiumi e i suoi treni rievoca un immaginario specifico (la Pennsylvania è anche terra di football e di wrestling) e mette in rilievo l’importanza della fotografia (Masanobu Takayanagi) all’interno di un lavoro che alterna creativamente uno stile di montaggio “sperimentale” ad una colonna sonora all’insegna della classicità. Il prossimo lavoro di O’ Connor è già in fase di stesura: si intitola “Once Upon A Time In New York” ed è la storia di un giovane che torna indietro nel tempo con una principessa per cambiare il corso degli eventi e proteggerla dal suo stesso destino.

Ilaria Abate

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