Faust, il capolavoro annunciato di Sokurov

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Il regista russo Aleksandr Sokurov, classe 1951, figlio di militari e forse erede artistico di Tarkovskij, è uno che un po’ se la tira. Magari pure a ragione. Non per niente sostiene nelle interviste che non sono i suoi film ad avere bisogno del pubblico ma esattamente il contrario. Vedremo. Nelle sale da mercoledì, per apprezzabile iniziativa della Archibald di Vania Traxler, l’ormai famoso “Faust”: Leone d’oro quasi per acclamazione alla 68 ªMostra di Venezia, ma curiosamente non designato dalla Russia di Putin nella corsa all’Oscar (c’era da sistemare un filmone di Nikita Michalkov).

Come sapete, “Faust” è circonfuso un’aura di capolavoro assoluto, indiscutibile, di fronte al quale inginocchiarsi; e in effetti questa fosca e visionaria rielaborazione del faustiano patto col diavolo sfodera qualcosa di geniale, anche se nessun critico, parlandone dal Lido con accenti estasiati, pure rivendicando l’urgenza di una seconda o terza visione, ha saputo raccontare per bene che cosa si vede nel film.

Non ci prova neanche il sottoscritto, forse timoroso di apparire banale nel resoconto, mentre perfino il trailer italiano di “Faust” allinea solo alcune immagini fisse del film, emblematiche, neanche una scena in movimento, preferendo puntare su frasi a effetto estratte dalla rassegna stampa. Per esempio: «Leone d’oro per manifesta superiorità»; «Volevate un capolavoro? Eccolo»; «Tutti restano fulminati da tanto straordinario, ignoto incantamento». E proprio domenica scorsa due paginate sul “Corriere della Sera”, un pensoso dialogo tra Claudio Magris e Paolo Mereghetti, ci hanno spiegato che dietro la maschera di Faust si celerebbe il male oscuro di oggi, l’irrequietezza smodata dell’uomo contemporaneo, una riflessione pessimista sulla natura umana.

Tanta enfasi rischia di non fare bene al film, certo impegnativo, denso di riferimenti filosofici, pittorici, letterari, a tratti anche indecifrabile, non fosse altro perché Sokurov lo propone come il capitolo conclusivo di una tetralogia «sulla natura del potere» ispirata a «grandi giocatori d’azzardo»: Hitler, Lenin e l’imperatore Hirohito. Per il cineasta russo, essendo il Male sempre riproducibile, «l’amore per parole cui è facile credere e una patologica infelicità nella vita quotidiana» sarebbe infatti il tratto che lega il dottor  Faust, «un personaggio quasi da museo incorniciato in una tram,a semplice» a quelle tre figure storiche. Sarà.

Di sicuro, “Faust” è un film stupefacente, ricco di suggestioni, anche spiazzante, che si compiace di rovesciare l’iconografia classica del testo settecentesco di Goethe immergendo la storia del mitico patto in un contesto sordido, fetido, fangoso, rugginoso, terragno, marrone smorto, tra topi, visceri, flatulenze, incontinenze, liquidi vari. Insomma avete capito il clima. 

Per dire: Mefistofele (Anton Adasinsky) non è un demonio giovane e seduttivo bensì un usuraio laido e deforme, col cranio spelacchiato e il sesso minuscolo attaccato sopra le natiche. Mentre il dottor Faust (Johannes Zeiler) è ben diverso dall’incanutito saggio esperto in diritto, medicina e teologia narrato da Goethe: a parte il nasone sotto il cilindro logoro, appare ancora prestante, impetuoso, instancabilmente mosso da un’ansia di conoscenza, insieme distruttiva e possessiva, che lo costringe a non stare mai fermo. Ancora: il famoso patto, l’anima in cambio dell’attimo appagante da eternizzare, di giovinezza, sapienza e potere,  contiene errori di ortografia che il dottor Faust fa notare al belzebù usuraio. Perfino Margherita, il simbolo incarnato dei desideri, la bellezza fragile e pura destinata ad essere sacrificata, perde significato nella rilettura di Sokurov, diventando marginale nello smanioso cammino del medico-teologo verso nuove sfide titaniche, oltre i ribollenti crateri islandesi del magnifico epilogo.

Magari – è un consiglio allo spettatore – bisogna lasciarsi un po’ andare di fronte a questo “Faust”, senza farsi intimorire dall’incessante partitura dei dialoghi o dai riferimenti colti (da Goethe a Marlowe e Thomas Mann, da Rembrandt a Dürer e Bosch). Meglio apprezzare il gusto estroso della messinscena: tra immagini deformate, sghembe, virate, anche terribili, che evocano la delittuosa utopia di libertà di cui è vittima il protagonista.

Lungo 135 minuti, girato originariamente in tedesco e fotografato mirabilmente da Bruno Delbonnel, il film non è certo una passeggiata, a suo modo è un’esperienza estetica, una scommessa espressiva, anche una discreta rottura se lo prendi per il verso storto. Ma rifulge nel confronto con il cosmico e tedioso “The Tree Of Life” di Terrence Malick, al quale pure è stato avvicinato, diciamo per antifrasi.

Michele Anselmi

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