Melancholia, l`ultima visione di Lars von Trier

Melancholia | Il nuovo Lars von Trier

Uscito in questi giorni nelle nostre sale cinematografiche e presentato in concorso al 64° Festival di Cannes, il film di Lars von Trier rischia di  essere oggetto di troppe e svariate interpretazioni.

Proprio per la sua spiccata dimensione onirica, surreale e spesso metafisica, “Melancholia”, con la sua fotografia senza dubbio fortemente suggestiva, le scene al rallenty e la colonna sonora incentrata esclusivamente su alcune parti del meraviglioso prologo del “Tristano e Isotta" wagneriano, si riduce ad essere il risultato di un esercizio, se pur perfettamente in regola con le leggi del “saper fare” cinematografico, puramente estetico.

E come non potrebbe colpire una bella e singolare fotografia che scorre sulle grandiose note wagneriane? Ma, al di là di questo, quale/i messaggio/i cogliamo dalla storia e dalla ricca simbologia di quest’opera di von Trier?

In effetti gli interrogativi  e le supposizioni ai quali il film ci sottopone sono numerosi; la nostra mente viene ricondotta a possibili legami tra il titolo e l’opera omonima cinquecentesca di Dürer, anch’essa ricca di elementi esoterici e astrali, ma va anche al nome di una delle due protagoniste, Justine, che ci riporta al personaggio femminile della prima opera pubblicata da De Sade, il "Justine ou les Malheurs de la vertu", manoscritto datato 1788.

Il film si dipana in due capitoli separati, ognuno prendendo il titolo dal nome delle due sorelle protagoniste della storia: Justine, il primo, e Claire, il secondo.

Il montaggio delle varie scene del film non rispetta la cronologia della storia, inizialmente ci mostra una serie di riprese che sono il risultato della sua conclusione: il primo piano del viso stravolto della malinconica Justine e alle sue spalle un apocalittico rallenty di uccelli che cadono al suolo, una sposa che tenta la fuga ma il cui passo e gambe vengono imprigionati da lunghe corde che metafisicamente fuoriescono dal terreno, un cavallo che si piega al suolo lentamente …




 

Justine, interpretata da Kirsten Durst per il cui ruolo ha ricevuto il premio come migliore interpretazione femminile a Cannes, si sposa con Michael ed è apparentemente felice. Festeggia il matrimonio nella lussuosa villa della sorella Claire e del cognato John dove tutto è perfetto; molto velocemente i sorrisi di Justine si trasformano, durante la festa, in espressioni malinconiche e quindi in manifestazioni che fanno pensare ad un forte disagio psichico e ad un palese mal di vivere, tant’è che il matrimonio si conclude ancora prima di essere iniziato, così come la sua autodistruzione la porta, nella stessa serata, a licenziarsi insultando il datore di lavoro.

Mentre il  ritmo filmico si svolge lento attraverso i movimenti della macchina mossa a mano, l’infelicità di Justine si fa largo spazio attraverso la mediocrità e il cinismo di una madre, interpretata da Charlotte Rampling, che, divorziata, continua a sottolineare l’inutilità del sacramento del matrimonio, di un padre che, lontano dall’emotività della figlia, si dilegua proprio nel momento della sua richiesta di aiuto, di un cognato, interpretato da Kiefer Sutherland, che continua insensibilmente a sottolineare quanto gli sia costato quel catering: la “felicità”, la cui parola ritorna con costanza nei dialoghi, è invece sconosciuta a Justine …

La storia raccontata nella prima parte del film riecheggia così le note di “Festen" del 1998 di Thomas Vinterberg, che con Lars von Trier firmò il manifesto Dogma 95.

Nel secondo capitolo Claire, interpretata da Charlotte Gainsbourg, si prende cura della sorella Justine e della sua ormai conclamata depressione, ospitandola nella propria villa fuori dal paese dove vive insieme al marito e al loro figlioletto; nel frattempo il pianeta Melancholia che, inizialmente era stato scambiato da Justine per Antares, minaccia di scontrarsi e distruggere la Terra, ma le previsioni scientifiche e lo stesso John rassicurano Claire che ciò non accadrà: Justine, depressa, non teme la fine di tutto, Claire, forte e sicura è terrorizzata dalla possibile catastrofe.

È  l’inizio di strani avvenimenti: i cavalli nelle scuderie si mostrano agitati, compare la prima neve in piena estate, manca l’energia elettrica. Il bambino della coppia costruisce un primitivo strumento di misurazione della distanza del pianeta dalla Terra e la sua elementarità si contrappone all’esattezza della scienza: lo strumento, per essere usato, si appoggia sul cuore e indica la dimensione dell’intuizione in contrapposizione con la ragione, così come Justine è l’opposto di Claire, l’una bambina e inesorabile, l’altra adulta e spaventata… il marito di Claire,  intanto, conscio del terribile prossimo avvenimento, si suicida con delle pillole. Claire è terrorizzata. Solo il bambino e la “malata” Justine non temono la fine di tutto.

Claire e suo nipote decidono così di costruire con tre paletti di legno una immaginaria “grotta magica” nella quale, tutti e tre, prendendosi per mano, attenderanno dolcemente la fine, quasi come in un ritorno al grembo materno. L’impatto è inevitabile.

Melancholia investe violentemente la Terra, distruggendola: la scienza si illude di poter cogliere la verità e fallisce.

I riferimenti al cinema di Bergman, come a quello di Kubrick, e alla pittura fiamminga sono chiari ed espliciti e collegano il film al ritmo e alla costruzione di scene e dialoghi insiti al sempre recente “The Tree of Life” di Malick.

Così come le continue dualità e contrapposizioni tra le due donne che, così diverse tra loro, si scambiano vicendevolmente le personalità, ci portano anche a supporre che possa trattarsi di un’unica donna, insicura di fronte agli avvenimenti della vita reale ma forte di fronte alla morte…

I temi del precedente “Antichrist” ritornano: l’incomunicabilità, il disgregarsi della ragione, il nucleo familiare vissuto come trappola e luogo di annientamento della persona, una dimensione claustrofobica e ossessiva. Interessante la continuità e la presa di distanza dal manifesto di Dogma 95: la prima è resa attraverso l’uso continuo della macchina a mano, la seconda per gli effetti speciali banditi dal manifesto e qui usati largamente dal regista danese.

E su questo finale apocalittico Lars von Trier confeziona uno dei suoi film più crudi e duri, lasciandoci tra interrogativi e dubbi sui temi che tutti i giorni accompagnano il nostro vivere: l’inizio, la fine …

Onorina Collaceto


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