Girl Model, quando il business ha gli occhi dello squalo

L`Altro Cinema/Extra | Un film di David Redmon e Ashley Sabin 

C’è un paradosso di fondo nel sistema capitalista: l’arricchimento di alcuni e la rovina di altri. La crisi esplosa nel 2008 ed ancora in corso, ci dice chiaramente che siamo giunti ad un momento della storia in cui povertà e diseguaglianze non possono essere più considerate un incidente dei processi economici ma fenomeni in grado di mettere in crisi un “modello”, vale a dire, “fare soldi in un sistema di mercato libero è allo stesso tempo morale e attraente”.

E lo sanno bene i registi di Girl Model, David Redmon e Ashley Sabin, vincitori della sezione L`Altro Cinema/Extra curata da Mario Sesti nell’ambito del Festival di Roma, un documentario su un gruppo di modelle tra i 13 e i 17 anni, tra cui la giovanissima Nadya, reclutate in tutto il mondo e poi spedite in Giappone per essere sacrificate al business della moda. “Ci siamo limitati a “registrare” ciò che avveniva davanti agli occhi della telecamera”, dicono i due registi, ne emerge uno scenario inquietante, quasi da film horror. Non è la prima volta che l’industria della moda viene vista come espressione di un capitalismo selvaggio che tutto stritola in nome del successo e del Dio denaro, a partire dai sogni giovanili delle aspiranti top model. Per una Kate Moss che sale in passerella quante Nadya cadono lungo la via.

E poi c’è Ashley, la longa manus. Ex modella lei stessa, è la model scout, colei che va in Siberia a reclutare le ragazze per il Giappone. “Le vogliono giovanissime, fresche, particolari – dice – e io sono qui per trovare quella faccia e farla diventare una star”. Donne ancora bambine a cui viene promesso un mondo che Ashley sa bene non esistere. In costante conflitto con se stessa, la talent scout nasconde un cinismo senza scrupoli dietro al bel visino. Sa perfettamente per chi sta lavorando e a cosa andranno incontro le ragazzine. Ma preferisce negarlo anche a se stessa per poi ammetterlo in un secondo momento senza troppa convinzione. Una figura complessa quella di Ashley, ma che racchiude nella propria personalità le contraddizioni di un sistema molto ben collaudato che si regge su sfruttamento lavorativo, promesse di guadagni facili e di una vita migliore, visibilità e ricatti. Ai due registi (indebitatisi fino al collo per realizzare il documentario) ha chiesto personalmente di girare il film sulla sua storia, ma allo stesso tempo ha imposto clausole assurde, oltre ad aver raccontato una valanga di bugie. Ne esce una figura scissa e confusa, conflittuale e perduta. Squalo e vittima del suo stesso business.

Nel film un’altra figura simbolo di un capitalismo malato è Tigran, capo dell’agenzia, un ex militare, forse affiliato alla mafia russa. Un tipo losco a cui vengono affidate minorenni povere e sprovvedute, ma affascinate dall’idea di diventare ricche e famose. “Sento di dover fare qualcosa di buono per queste ragazze – dice – e questo è ciò che faccio, il mio modo di ripagare il mondo per la fortuna e la fama che mi è stata concessa. Appena arrivano come prima cosa però le mando a farsi un giro all’obitorio, e devono anche assistere ad un’autopsia, cosi non si dimenticheranno mai cosa siamo”.

E’ cosi che i due registi seguono la vicenda della giovanissima Nadya, che dalla Siberia viene caricata su un aereo e spedita in Giappone. Alla stregua di un lavoratore precario, per Nadya è l’inizio di un incubo. Con un contratto capestro che prevede, tra le altre assurdità, di seguire una dieta ferrea altrimenti viene rispedita a destinazione senza compenso, la ragazzina si ritrova a vivere in un modesto appartamento e a rincorrere casting dalla mattina alla sera per sopravvivere e per far fronte oltretutto alle spese che la stessa agenzia le addebita. Ma il peggio arriva quando ad un controllo di peso la sfortunata protagonista risulta ingrassata oltre i limiti imposti dal contratto ed è costretta a tornare a casa con un debito nei confronti dei suoi datori di lavoro di ben 2200 dollari oltre ad una serie di servizi fotografici non pagati. Oltre al danno la beffa. Una truffa in piena regola di cui i registi sono testimoni consapevoli ma dalla quale cercano di prendere le distanze per non compromettere l’autenticità del racconto e lo stesso documentario. Una scelta morale difficile, sembrano ammettere i due registi. Una versione che convince poco ma “business is business", anche nel cinema di denuncia, o presunto tale.

Monica Straniero

 

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