Il Re Leone 3D. Il fertile territorio del musical animato

In attesa del "nuovo Re" | L`uso del remake nel cinema postmoderno

La musica e il teatro si erano già da tempo allineati su questa frequenza. Perché il cinema avrebbe dovuto restare estraneo alla “febbre del remake”? Poco coraggioso certo, ma l’investimento in un prodotto artistico che è già stato un successo sembra il meccanismo di più facile risposta in tempi come questi, dove i limiti non si impongono soltanto alla catena produttiva e all’esercizio distributivo ma alla creazione nel suo stesso processo di costruzione. Ci chiediamo oggi come siamo arrivati a questo, senza pensare al fatto che ogni prodotto culturale è un artefatto sociale e che già a partire dalla metà degli anni Novanta la tendenza al sequel si era insinuata nella fiction in modo audace e più o meno corretto, così come il remake aveva ispirato i video-game al di là della sfera letteraria e infine il reebot aveva sviluppato il suo percorso sul doppio binario, quello del piccolo e quello del grande schermo. Strutturare una storia propria e non legata cronologicamente ad altri film della stessa saga era già stato fatto al cinema con lavori originati dal regno del fumetto (“Batman”, “Spiderman”, “La pantera rosa”, ma si potrebbe elencare una gran quantità di prequel e remake con lo stesso impianto), prima di giungere al 2011 con “L’alba del pianeta delle scimmie” di Rupert Wyatt.

2011: è qui che va posizionata una lente di ingrandimento. Tralasciando il filone fantascientifico che ben si presta all’utilizzo delle tecnologie digitali informatiche, si può notare che in questa stagione cinematografica altri due generi si sono prestati a divenire il simbolo di questa tendenza. Da un lato abbiamo il musical, rappresentato dal noto successo di “Grease” : il film è uscito nelle nostre sale nel mese di agosto in versione restaurata, dopo più di trent’anni dall’esordio di John Travolta e Olivia Newton; dall’altro lato abbiamo il film d’animazione: ha incassato cento milioni di dollari nelle sale americane e uscirà in quelle italiane l’11 novembre, “Il Re Leone” a tre dimensioni. La creatività si è dunque esaurita nel regno dell’immaginazione più pura?

I fattori in campo sono anche altri. Forse il 3D oggi sta davvero diventando un pretesto per rispolverare quelle pellicole che hanno già fatto piangere, per ricondurre nella sala del cinema quei ventenni cresciuti con questo genere di film d’animazione – prima che la Disney diventasse Pixar – facendo leva sulla potenza di un sentimento profondo come la nostalgia. Non è forse questa una “quasi perfetta” operazione di marketing diretta a un target di persone ancorate al passato in assenza di un’emozione presente altrettanto valida e forte? Dopo la sua presentazione al Festival  Internazionale del Film di Roma, si pensa che il pubblico accoglierà il “nuovo re” con partecipazione ed entusiasmo, ma resta da chiedersi se il 3D potrebbe conferire realmente qualcosa in più ad un lavoro già perfettamente realizzato sul piano della sceneggiatura e di una colonna sonora che portò l’Oscar ad Hans Zimmer nel 1994.

A voler essere polemici, lo stesso soggetto originale del film racchiudeva in sé un implicito meccanismo di “replica” non da tutti individuato, collocandosi soltanto dopo “La sirenetta” come un film di rottura col precedente in quanto film d’animazione “animale”, totalmente incentrato su un mondo non antropomorfico. Dalla storia di Ariel, la vicenda di Simba traeva sia l’ambientazione all’interno di un universo selvaggio e rigidamente gerarchico, sia la stessa struttura del format: ironia della sorte, non è che un “musical-animato”. È proprio vero quindi, che questo è il genere di film che maggiormente si presta ad ogni forma di sperimentazione? Il regno dell’infanzia, territorio dell’innovazione audiovisiva degli anni duemila, si era già prestato ad essere la metafora ricorrente di Laurent Jullier nel suo saggio intitolato “L’écran post-moderne. Un cinéma de l’allusion e du feu d’artifice”. Soffermandosi sullo studio dei nuovi standard di proiezione, infatti, il critico francese aveva individuato come il cinema stesse proseguendo nella direzione del Luna Park a partire dalla fine degli anni Novanta: dopo gli “schermi tascabili” del decennio precedente, il cinema era tornato a rivendicare l’importanza del suo dispositivo “emisferico” che conferisse allo spettatore la possibilità di sentirsi parte attiva di un bagno di sensazioni, generando l’emozione del “rollercoaster”. Se per lui l’innovazione emblematica dell’innovazione tecnologica era da intravedere negli “Star Tours” prodotti da George Lucas per i parchi Disneyland, oggi potremmo dire che il “movimento” dello spettatore coincide ancora con la natura ontologica del mezzo audiovisivo. Fare remake, in questo senso, potrebbe voler significare che, nonostante il progresso, il cinema stesso è già emozione e la ricerca della novità è superflua.

Ilaria Abate 

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