Immortals. Trionfo di mazzate per il sandalone firmato Tarsem

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Il più onesto è Mickey Rourke, il viso ormai ridotto a un mascherone causa pugni e ritocchi plastici, il quale confessa di aver girato “Immortals” perché erano solo otto giorni di lavoro e lo pagavano profumatamente. Tornato in sella grazie a “The Wrestler”, benché ingaggiato per ruoli da paranoico antagonista, Rourke incarna il truce re Iperione: nella Grecia del 1.228 avanti Cristo, alla testa di un armata di feroci Eraclidi mascherati, vuole liberare i mostruosi Titani murati vivi nel monte Tartaro per dare l’assalto all’Olimpo e governare il mondo. Parruccone, faccia sfregiata e gusto spiccato per la tortura, Iperione è un cattivo che più cattivo non si può. La voce tonante di Francesco Pannofino fa il resto. Ma il conquistatore, pure dotato del prodigioso arco di Epiro, quasi una super-arma, non ha fatto i conti con l’eroico Teseo, che non è il mitico re ateniese bensì un contadino allevato sin dall’infanzia al culto della guerra da uno Zeus con sembianze da vecchio saggio, anche se poi giacerà con l’illibata oracolo Fedra, cioè Freida Pinto, e dalla loro unione nascerà Acamante. Come vuole la leggenda e attesta Wikipedia.
 
A occhio sarà dura, per i film italiani che escono oggi, misurarsi con le 350 copie messe in campo da “Immortals”. Il kolossal hollywoodiano da 75 milioni di dollari, nato con l’ambizione di ripetere il miracolo commerciale di “300”  (anche i produttori, tra i quali il nostro Gianni Nunnari, sono gli stessi), punta al bersaglio grosso. Sui manifesti, sotto l’epico titolo che promette sfracelli, rifulge la scritta «11-11-11», cioè 11 novembre 2011, data fatidica, nel senso che il film, magari nella speranza di limitare i danni della pirateria e risparmiare sul lancio, arriva contemporaneamente nelle sale di tutto il mondo, Stati Uniti compresi.
 
Trattasi, avrete capito, di peplum mitologico riveduto e corretto in salsa digitale, insomma la forma moderna dei gloriosi “sandaloni” anni Sessanta che l’Italia sfornò a ripetizione prima degli spaghetti-western. Anche in chiave burlona: rivedere per credere “Arrivano i titani” con Giuliano Gemma dai capelli biondi. Naturalmente il 3D aggiunge poco, serve solo ad aumentare il prezzo del biglietto. Ma lo spettacolo è assicurato. Chi ama il genere, tornato in auge con il remake di “Scontro di titani” e prima con “Troy”, l’infelice “Alexander” e “Prince of Persia”, avrà motivi per divertirsi. A patto di non mettersi troppo a pensare.

Del resto il regista, l’indiano Tarsem Singh Dhandwar, classe 1961, rivelatosi con “The Cell” dopo un’infinità di videoclip musicali, non è esattamente un patito del tema. Quando gli fecero leggere la sceneggiatura, ricolma di riferimenti all’antica Grecia, tra sibille, sacerdoti, dei, minotauri e titani, fu a un passo dal rifiutare. Ma i blockbuster portano fortuna a Hollywood, infatti sta già girando il nuovo “Biancaneve” con Julia Roberts. Così eccolo spiegare nelle interviste che nel suo “Immortals” «Caravaggio incontra “Fight Club”». Che vorrà dire? Nulla. In compenso i  produttori sostengono che il film starebbe tra Omero e Joseph Campbell, il famoso storico delle religioni. Vabbè. La verità è che, salvo miracoli, neanche “Immortals” spingerà qualche adolescente italiano a consultare un saggio di Robert Graves o Luciano Canfora sulla mitologia ellenica.

La voce calda di Dario Penne, applicata al viso raggrinzito di John Hurt, che fa Zeus sotto falso nome, ammonisce nell’incipit dopo aver riassunto gli eventi cruciali: «Ma il Male che un tempo fu è riemerso». Pettorali scolpiti a forma di tartaruga e bicipiti gonfi al punto giusto, pure una bella faccia, l’emergente Henry Cavill, già ingaggiato da Zack Snyder per risuolare Superman al cinema, fa del campagnolo caro agli dei il condottiero umile destinato a guidare la riscossa militare contro Iperione. Un altro Leonida, insomma, ma in una chiave meno fumettistica, dove la sfrenata estetica kitsch e pure parecchio omosex di “300” lascia spazio a un apparato scenografico più classico, nei panorami, nei costumi, negli ambienti. Non muta, invece, lo stile delle battaglie. Autentiche mazzate greche: ralenti, accelerazioni, spruzzi di sangue, teste fracassate o tagliate di netto, corpi trafitti o bruciati.

Echeggiano frasi reboanti tipo «Combattete per l’immortalità, oggi si scrive la storia», ma poi gli dei, da Atena a Poseidone, sono annoiati e dorati, pronti dall’Olimpo a schizzare giù sulla Terra per divertirsi un po’. E pensare che il principale, appunto Zeus, mai così prestante, sexy e senza barbone bianco nella caratterizzazione di Luke Evans, predica il libero arbitrio e non vorrebbe impicciarsi delle umane faccende. Avrete capito che “Immortals” gioca allegramente con la mitologia ellenica, mischiando nomi e situazioni, epoche e leggende. Il fatto che a firmare il copione siano i fratelli Parlapanides, americani di origini greche, non costituisce di per sé una garanzia di rigore culturale, anche perché il regista, dichiaratosi ateo, pare abbia imposto aggiunte e modifiche, in modo di rendere il kolossal d’azione più in linea con i gusti del pubblico giovanile. Veloce e violento, un trionfo di mazzate, appunto.

Michele Anselmi

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