SaGràscia | Largo al cinema indipendente

SaGràscia | Un esordio abbagliante, un road movie spirituale 

SaGràscia, la grazia. Di Sant’Antonio al piccolo Antoneddu. Sì, ma a ben vedere la vera grazia l’ha fatta Bonifacio Angius al cinema italiano. Perché il suo primo lungometraggio è un perla, o forse sarebbe meglio dire una biglia, unica e rara, lucente e magica, che apre una breccia di novità nel velo di Maya del cinema made in Italy da sempre ancorato a pellicole da “pranzo della domenica”, domestiche, tutte casa e chiesa. Angius ci porta in una terra di mezzo sconosciuta, mai vista, en plain air, in un mondo (non) parallelo, sulle tracce di un road movie spirituale, sui generis, che affascina e cattura. SaGràscia è segno di un cinema indipendente coraggioso, che si autoproduce con il bassissimo budget di 15 mila euro e diventa grande grazie a idee vere, belle, fuori dal coro.  

Il piccolo Antoneddu, caduto rovinosamente dalle scale per andare a giocare a biglie con i suoi amichetti, è vivo per miracolo. E deve raggiungere la chiesa di Sant’Antonio per lodare l’aureolato della grazia ricevuta. Con una candida fascia da piccolo karate kid  e un saio extra-small , inizia il suo pellegrinaggio in un mondo di sconfinate e polverose strade da Oklahoma e orti dei Getsemani costellati di alberi tentacolari, pastori che sembrano zingari (e viceversa) e traghettatori dell’asfalto con mezzi sgarrupati, secchi e gialli campi (elisi) di grano e tramonti senza tempo. Incappando in personaggi muti, canterini, sibillini, che ora ci sono, ora non ci sono più. “Sogno o son desto?” si chiede continuamente lo spettatore. Antoneddu è vivo o morto? E’ sogno o realtà, immaginazione o preghiera? Il giovane regista sardo riesce con polso fermo a tenere alto questo interrogativo per tutta la durata del film, fino a negarci una consolatoria risposta definitiva. E’ così che sin dai primi minuti veniamo catapultati in medias res in una suspense fatata, onirica, del non noto. 

Rinunciando quindi volontariamente ad una linea narrativa chiara e a dialoghi “quotidiani” (il film è parlato in sardo stretto e sono davvero poche le battute che capiamo), Angius (curatore factotum della fotografia, oltre che della regia, del soggetto e della sceneggiatura) punta tutto sull’immagine, sulla sensazione che essa è capace di suscitare senza ricorrere a tante parole. Dimostra inoltre di saper giocare con i generi. Due esempi: molto horror movie di gusto baltico il rigagnolo di sangue di Antoneddu steso sulle scale e marcatamente western (con tanto di rumore di serpente a sonagli fuoricampo) la scena ambientata sul campo di calcetto. Lo stesso montaggio, poi, gioca con le unità di tempo e luogo, passando senza preavviso dal reale all’immaginario (o trascendentale).

In merito alla regia, Angius, seppur giovanissimo (29 anni), ha talento da vendere. La varietas domina fluida inquadratura dopo inquadratura. Potrebbe insegnare in una scuola di cinema.

Il tutto è accompagnato quasi interrottamente da una colonna sonora empatica, zigana, di violino, chitarra e fisarmonica, che orchestra ritmi “diabolici” e briosi alla Paganini e Kusturica, pur lasciando spazio ad alcune brevi marcette da commedia all’italiana e ad alcune sinfonie di musica classica. Ma grande attenzione in presa diretta è rivolta anche a suoni e rumori ambientali: il brusio delle cicale, il soffio del vento tra le foglie degli alberi, il ticchettare secco delle biglie sul pavimento, il graffiante cigolio dello sportello dell’Ape.  

Un mondo surreale, arcaico e biblico, sulla terra e nell’aldilà allo stesso tempo, che si ciba dei volti giusti. Il piccolo Giuseppe Mezzettieri, 10 anni, è uno scugnizzo che non sbaglia uno sguardo. Da segnalare anche le prove della rugosa e pasoliniana Maria Sau nel ruolo della nonna, di Daniele Marrosu nei panni del felliniano Zuanne e della bella e imperscrutabile Francesca Niedda, che incarna Angela, a metà tra una giovanissima Madonna velata e una compita Maria Maddalena. 

Insomma, SaGràscia è un piccolo grande film da non perdere, che avvolge, scalda e conduce in un mondo da fiaba senza via d’uscita. E poco importa se, giunti ai titoli di coda, sentiamo di non aver compreso ogni sua sfaccettatura o ogni sua battuta. E’ il potere del cinema: non solo narrare, ma anche condurre in mondi non convenzionali. Ma in fin dei conti, la totale non comprensione delle cose è tipica di ogni sa gràscia ricevuta. Proprio come questa di Antoneddu e Bonifacio. 

Tommaso Tronconi

 

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