I segreti di Jeff Buckley, un biopic a lungo atteso

Sulle tracce di un mito senza tempo | Jake Scott riporta "in vita" Jeff Buckley

Sconfitto unicamente dalla forza dell’acqua. Molti sono gli artisti scomparsi in modo balordo, anomalo, fuori da quella “regolarità” che prevede il naturale trascorrere del tempo fino alla vecchiaia. Annegato nel Wolf River, affluente del Missisipi: morì così il chitarrista Jeff Buckley, in data 29 maggio del 1997. Sulla storia di questa misteriosa figura del rock, la cui Fender Telecaster ha smesso di funzionare prematuramente, il regista Jake Scott ha scelto di incentrare il suo ultimo lavoro per il grande schermo.

Dopo l’ultimo “Welcome To the Ryles”, pellicola del 2010 incentrata sulle difficoltà di una famiglia costretta ad affrontare l’elaborazione di un lutto, verrà alla luce il terzo film di Scott. Il genere si distacca sia dal suo primo “Plunkett & MacLeane” che dal secondo, perché il regista approda nel territorio del film biografico, con non poche difficoltà di produzione. Le vicende evolutive del film sembrano infatti avvolte da leggende, al pari di quei “segreti” evocati dallo stesso titolo: sembra che la madre dell’artista, Mary Guibert, abbia rappresentato l’ostacolo maggiore alla realizzazione di quest’opera. La donna si è opposta con forza e per molto tempo sia alla resa di un prodotto audiovisivo sulla sua tragedia personale, sia alla cessione dei diritti musicali di Jeff. Il percorso evolutivo del progetto ha perciò incontrato ostacoli e traversie di vario genere, ma oggi Mary Guibert è il nome che compare ufficialmente come direttore esecutivo del film di Scott. Sul fronte delle competizioni tra attori, è curioso pensare che Brad Pitt aveva già pensato all’idea di un film sulla rock star, scontrandosi puntualmente con la sua opposizione. In seguito si è atteso a lungo per il responso tra la scelta Pattinson/Franco per il ruolo di protagonista. Allo stato attuale sappiamo che il film è prossimo alla fine della sua lavorazione e che nel cast è presente Reeve Carney.

Gli eredi di Jeff hanno acconsentito alla cessione dei diritti di trasmissione alla condizione che le sue canzoni costituiscano esclusivamente la colonna sonora del lavoro di Scott: ma quali sono le tematiche centrali alla sua poetica? Sarà riuscito Scott a trasferire nell’inquadratura la stessa emozione suscitata dal potere evocativo della musica? Jeff era divenuto una promessa del song writing americano soltanto tre anni prima della sua morte. Quanto l’immagine saprà trasferire del suo rapporto con il padre? Nonostante sia morto di overdose quando Jeff aveva solo quattordici anni, il filo che lo lega a lui è tutt’altro che sottile: Tim Buckley, infatti è stato un popolare cantautore statunitense noto per successi quali “Sweet Surrender” e “Once I was”.

Figlio d’arte, Jeff ha però realizzato in piena autonomia la sua prima incisione, un EP con quattro canzoni registrate al locale di Manhattan dove era solito suonare: “Mojo Pin” era il titolo del primo pezzo e divenne poi la prima canzone del suo disco successivo, intitolato “Grace”. Incentrato sulla tematica dell’amore sofferto e della droga come vana soluzione per alleviare il dolore, questo disco resta nella memoria di tutti al pari della sua interpretazione di “Hallelujah”: lo stesso Jeff Buckley dichiarò che “chiunque ascolti con attenzione questa canzone può capire che è un pezzo sull’amore, sul sesso e sulla vita terrena” e nulla di ciò che riporta alla mente è religione o fede. È incredibile come la voce di quest’artista intimista possa arrivare a trasformare perfino il potere della parola attraverso una melodia che si presta a divenire simbolo dell’ode alla vita nel suo senso più puro.

Ilaria Abate

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