Strane coppie. L`immigrazione e il quotidiano nell`ultimo Kaurismaki

Nuovo sbarco in Normandia | Un miracolo a Le Havre

Dopo “Terraferma” di Crialese e “Il villaggio di cartone” di Olmi, la tematica del rapporto con lo straniero torna nuovamente al cinema con “Miracolo a Le Havre”, ultimo film di Aki Kaurismäki: una pellicola “color pastello”, sia sul piano stilistico sia su quello dei contenuti. Forse nello scorso maggio il film del regista finlandese è stato accolto – a sorpresa – con clamore nell’ambito di un Festival “rigoroso” come quello di Cannes proprio perché mostra una storia delicata ma allo stesso tempo ancorata al concetto di “quotidiano”. I fatti avvengono senza preavviso, in qualsiasi momento della giornata, allo stesso modo dei miracoli che potrebbero manifestarsi in qualsiasi ora del giorno.

Marcel Marx, ex scrittore e noto bohémien che ha scelto di ritirarsi nella città portuale di Le Havre per fare il lustrascarpe, può finalmente godere di un rapporto ravvicinato e diretto con la gente, senza filtri sociali e senza sfarzo, senza più velleità letterarie e vivendo semplicemente d’amore con sua moglie Arietty. Nello stesso momento in cui quest’ultima si rivelerà gravemente ammalata, il destino presenterà a Marcel un piccolo profugo proveniente dall’Africa che è sbarcato in Normandia anziché approdare in Inghilterra. Riusciranno i nostri eroi ad abbattere il muro dell’indifferenza gelida con il calore dell’ottimismo e della solidarietà? Le uniche certezze per il momento restano le dichiarazioni della critica e una dichiarazione che inquadra il film come una “umanistic ballad, as timeless as a classic by Jean Renoir”.

L’unione tra i due e il supporto concreto che Marcel offre al ragazzo genera un confronto immediato con “Welcome” (2009) di Philippe Lioret con Vincent Lindon e Firat Ayverdi, dove anche il giovane Bilal sognava di raggiungere l’Inghilterra; in quel caso l’impresa era da compiere a nuoto, attraversando il Canale della Manica con le sue sole forze. L’obiettivo del raggiungimento rappresentava quindi la “tensione narrativa” del film oltre che il collegamento più diretto per l’incontro con Simon, affermato istruttore della piscina comunale a Calais che riuscirà a riscattare se stesso nell’allenare il ragazzo. Il lungometraggio divenne campione di incassi in Francia, racchiudendo in sé implicite dinamiche antipatriottiche e collocandosi nell’immaginario dello spettatore come “un inno all’amore reale”, a dispetto di una vita cruda e spesso ingiusta. La violenza delle istituzioni scioccamente rigide nei loro schemi e l’assenza di una coscienza collettiva non deviano il giovane protagonista dal perseguire il suo scopo, simbolicamente rappresentato dalla presenza di un giovane amore dall’altro lato del mare con una famiglia altrettanto avversa all’integrazione sociale.

Se  il finale di “Welcome” era duro e difficile, quello del film di Kaurismäki è ancora tutto da scoprire perché nelle sale italiane il film uscirà il 25 novembre, ma senza dubbio il regista ha mantenuto una coerenza contenutistica nell’ambito della sua proficua produzione di corti e lungometraggi, focalizzandosi prevalentemente su strati sociali meno fortunati e ambientando le vicende dei suoi personaggi stravaganti su scenari tipici da Nord Europa: al contrario di Marcel, il protagonista del suo film precedente (“Le luci della sera”, 2006) che non traeva alcun piacere dal contatto con il mondo e anzi svolgeva in modo solitario il suo incarico di controllore notturno presso un centro commerciale, finendo con il fidarsi di una persona sbagliata. Ciò che rappresenta davvero l’interesse del regista è l’indagine che a partire dal singolo cittadino coinvolge il suo interno microcosmo: a rafforzare questo pensiero contribuisce la diversità di generi da lui trattati che va dal film-documentario diretto nel 1981 con il fratello, “La sindrome del lago Saimaa”, passa per una satira attualizzante di Shakespeare in “Amleto nel mondo degli affari” e non disdegna nemmeno il road movie musicale di impianto paradossale (“Leningrad Cowboys Go America” del 1989). Il filo conduttore tra tutti i suoi lavori? L’inserimento di un elemento fantastico, simbolo del fatto che il “non reale” può essere la giusta chiave per la riflessione sulla realtà.

Ilaria Abate

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