Addio a Ken Russell, maestro della provocazione

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Questa è bella. Muore a 84 anni Ken Russell, regista inglese, gran talento sulfureo oltre che intellettuale raffinato, e le agenzie si affrettano a ricordare che nel 1971 il suo “I diavoli”, passato alla Mostra di Venezia, costò il posto di direttore a Gian Luigi Rondi. L’interessato, 90 anni tra pochi giorni, oggi presidente del Festival di Roma, precisa divertito al “Secolo XIX”. «In verità non andò così. Ci fu una rivolta della Dc, alcuni esponenti di spicco si scandalizzarono, qualcuno chiese le mie dimissioni. Però il Patriarca di Venezia, Albino Luciano, futuro Giovanni Paolo I, mi salvò». In che senso? «Nel senso che mi convocò di prima mattina. “Lei ha agito in buona fede, il film non è poi così scandaloso, l’ho visto: stia tranquillo” mi rassicurò. Non era affatto sbigottito, come l’avevano dipinto alcuni giornali. Poi, certo: sapevo che “I diavoli” avrebbe provocato qualche guaio».

 Già: le monache indemoniate a seno nudo, quelle visioni tra il mistico e l’orgiastico, suor Giovanna degli Angeli che sogna di congiungersi carnalmente con un Cristo sceso sanguinante dalla croce… «Un po’ perplesso ero, ma si poteva non prenderlo? De Sica e Blasetti, due dei miei “selezionatori” di fiducia, si dissero entusiasti del film dopo averlo visto a Londra. In effetti Russell era un proprio un matto geniale» si congeda  Rondi.
Il tempo medica tutto, evidentemente. Ma in quei primi anni Settanta “I diavoli” deflagrò come una bomba, beccandosi il massimo divieto. Al pari dei successivi “Ultimo tango” di Bernardo Bertolucci o “La bestia” di Walerian Borowczyk, il film di Russell, ispirato liberamente al libro di Haldous Huxley, divenne un must imperdibile, circonfuso da un’aura di scandalo sessuale. Magari andrebbe rivisto oggi, per appurare la carica sacrilega di questa storia ambientata nella Francia del 1631, tra accuse di stregoneria, conventi dissoluti e torture atroci. Di sicuro qui in Italia il povero Russell passò i suoi guai. Orbato di una sequenza cruciale, con le suore discinte che in un crescendo quasi dionisiaco, tra fervore religioso e pratiche esorcistiche, distruggono un’immagine di Cristo, “I diavoli” fu sequestrato e dissequestrato, altre scene vennero sforbiciate. Però fece la fortuna del suo autore, pure dei due interpreti principali, il baffuto macho Oliver Reed e la suora posseduta Vanessa Redgrave, poi destinati a luminose carriere. 
Nonostante la mezza assoluzione di Albino Luciani, l’”Osservatore Romano” parlò di «lungo e convulso spettacolo di sadismo, sesso e violenza»; mentre il corrispettivo Centro cattolico per lo spettacolo quasi scomunicò Russell rimproverandogli di aver «attaccato la Chiesa dall’interno, da pornografo e da blasfemo, con livore e spudorata intenzione commerciale». Infatti il poeta Giovanni Raboni, per averne parlato bene su “Avvenire”, ci rimise il posto di critico.   
E pensare che tre lustri prima di quel 1971 Russell s’era pure convertito al cattolicesimo. «Per libera scelta» confessò a “l’Europeo” nel fuoco delle polemiche, ammettendo l’esistenza nel suo film «di qualche scena sconveniente» ancorché rigorosamente desunta da documenti storici. 
Bisogna dire che con l’età, il cineasta di Southampton, in gioventù pilota della Raf, poi coreografo, fotografo e regista di biografie artistiche per la Bbc, aveva finito con l’assomigliare un po’ al comico Benny Hill. Dicono che fosse anche spiritoso, lesto a ironizzare sulle proprie ossessioni, benché al cinema prediligesse la provocazione visionaria e barocca, anche truculenta, fatta di scarti onirici, punte di mistica blasfemia, pulsioni sessuali mortifere. Il corpus della sua opera cinematografica è composta da una ventina di titoli, alcuni memorabili: come “Donne in amore” da D.H. Lawrence, “L’altra faccia dell’amore”, il citato “I diavoli”, “Il boyfriend”, il fondamentale “Tommy” dall’opera-rock degli Who, “Stati di allucinazione”, “China Blue”, “Gothic”, “Whore”. 
Anche nelle sue cine-biografie, che parlasse di Ciakovskij o Mahler, di Liszt o Rodolfo Valentino, il regista ha sempre iniettato materiali altamente infiammabili, di forte potenza drammatica, con qualche scivolata nel ridicolo. E un piacere speciale nel proiettare i suoi attori, da Alan Bates a William Hurt, da Richard Chamberlain a Gabriel Byrne, da Glenda Jackson a Theresa Russell, in situazioni estreme, ambigue, morbose. Come la famosa scena di lotta maschile a corpi nudi, dai risvolti alquanto omosex, di “Donne in amore”. Per la cronaca, Ken Russell è stato sposato quattro volte, l’ultima volta nel 2001, e ha avuto sei figli. Passava per il “Fellini inglese”, ma il confronto non sta molto in piedi.


Michele Anselmi

Lascia un commento