Midnight in Paris. Ipotesi per una recente cartografia alleniana

Un newyorkese nel Vecchio Continente | Midnight in Paris, dal 2 dicembre nelle sale 

"Ogni volta è come fare una dichiarazione d`amore ad alcuni luoghi. Proietto sul grande schermo i miei sentimenti per i posti che contano nella mia vita. Spero di poter fare lo stesso con Roma". La dichiarazione personale di Woody Allen per l’avvio delle riprese nel nostro Paese lascia intendere molto più di quanto attestino le notizie ufficiali. Sembra che quest’estate il Ministero per i Beni e le Attività Culturali non abbia esitato a fornire al regista newyorkese tutto il necessario supporto logistico per il suo nuovo film, a sostegno di una nota opinione comune: la sua genialità creativa trova riscontro molto più oltre Oceano che in patria. Non si sa più se il regista “ricambi” i sentimenti dei suoi fan “europei” nei confronti della pungente satira sociale delle sue commedie o se siano invece i suoi soggetti a non poter più fare a meno di un’ambientazione come “specchio dell’anima”, come nel caso di “Tutti dicono I love you” (1996) con la sua malinconica Venezia. A partire da questo film si è parlato di “declino” o più banalmente di cambiamento di rotta, ma il suo nome continua a rappresentare un punto fermo nelle sale buie dei nostri schermi.

Lo spettatore più adulto partecipa più o meno felicemente a questo circolo vizioso senza uscita, ricordandosi di lui come l’autore della commedia esilarante di “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avreste mai osato chiedere” (1972) e dimenticando che la sua comicità ha subito un’inversione di tendenza evidente negli anni Duemila. Nell’anno di “Criminali da strapazzo”, infatti, la sua produzione ha visto un reale momento di svolta rispetto al precedente avvicinamento al genere del falso documentario avuto con “Accordi e disaccordi” (1999). L’elemento che si rivela il minimo comune denominatore tra tutti i suoi lavori diventa, a questo punto, la commistione del riso con l’intrigo: il regista inizia progressivamente a distaccarsi dal suo genere più fedele per soffermarsi sul dramma/thriller. Notiamo non soltanto che il suo costante sottofondo jazz viene sostituito dalla lirica, ma che la sua New York è sparita ormai del tutto. L’ occhio di Londra ha assunto il ruolo di sorvegliare i suoi terrestri personaggi spaesati, sia nel film da lui stesso considerato suo capolavoro assoluto (“Match Point”, 2005), che nel successivo “Scoop” (2006).

Leggere variazioni sul tema, leggere variazioni sui luoghi: per il suo quarto film europeo, il regista si sposta in Spagna e realizza “Vicky Cristina Barcelona”, dove l’attrice che è divenuta la sua musa ispiratrice assume il ruolo di incarnazione concreta della sua filosofia in relazione al rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Scarlett Johansson passa qui da giovane reporter a giovane turista alla scoperta di se stessa che, girovagando con l’amica tra le sculture di Gaudì, si scopre in primo luogo nel “ruolo di outsider e non più di oppressa da quella insofferente e puritana cultura americana”, come recita la voce off che ci accompagna per tutto il film in questo percorso sotterraneo e segreto dell’universo femminile.

Londra e Barcellona adesso lasciano il posto a Parigi. “Midnight in Paris”, atteso con ansia dai suoi ammiratori per il 2 dicembre, mescola note fantasy alla struttura già consolidata della commedia romantica. Un prodotto improntato su un tipo di sperimentazione differente rispetto alla più recente operazione effettuata per “Inconterai l’uomo dei tuoi sogni”. Questa coproduzione USA-Spagna del 2010 è stata tra quelle con meno riscontro di pubblico all’interno del macrocontenitore del “filone europeo”, benché il film abbia tratto senza dubbio beneficio dalla presenza di attori come Anthony Hopkins, Naomi Watts e Antonio Banderas, ponendosi come un ulteriore tentativo di ribadire l’illusorietà dell’amore (concetto evidenziato sia mediante il ricorso a personaggi eccentrici e sopra le righe, sia mediante filoni narrativi di impianto “seriale”).

Ma se queste sono le tracce ufficiali, a quando risalgono le orme “ufficiose” dell’europeizzazione di Woody Allen? Se la tematica dell’eros rappresenta da sempre il filo conduttore di tutta la sua opera e il pretesto che ispira la sua cinica riflessione nella profondità complessa dell’umano, è forse a partire da “Anything Else” che il desiderio di fuga inizia a trasferirsi sul piano audiovisivo come passione pulsante. La trasformazione si attuava qui mediante momenti di evasione evocata più che concreta: pur essendo ambientato a Manhattan e svolgendosi per una gran quantità di scene al Central Park, la protagonista confessa di essersi recata a Napoli e Firenze “fuori campo”, così che le città italiane finiscono con l’incarnare il luogo di riparo per una relazione giunta al naufragio.  

Ilaria Abate

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