Il delitto di via Poma. “Un clamoroso caso di malagiustizia italiana”

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

«La verità? Non ci credo finché non lo vedo coi miei occhi su Canale 5 martedì sera, alle 21,10». Il regista Roberto Faenza non si atteggia a vittima. Ma è realista, sa che attorno a “Il delitto di via Poma”, film tv che ha girato per Taodue a tempo record (primo ciak il 7 agosto scorso), ci sono parecchi mal di pancia. Infatti ne parla come «di un’impietosa controinchiesta sul malaffare gestito da investigatori imbelli e magistrati a senso unico», fa nomi e cognomi, spiega che «il magistrato Mario Delli Priscoli, già procuratore generale della Corte di Cassazione, ci ha impedito di girare nel palazzo di via Poma», suggerisce «depistaggi, sviste, idiozie, soprattutto oscuri collegamenti coi servizi segreti, a loro volta collegati a torbidi personaggi tirati in ballo per il delitto».

Il film doveva andare in onda il 23 novembre, poi il 30, adesso s’è deciso per il 6 dicembre, e ogni volta la cronaca processuale ci ha messo lo zampino. Per dire: proprio lunedì prossimo saranno scelti i nuovi periti chiamati a studiare cruciali tracce biologiche riguardanti Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta Cesaroni, per ora l’unico colpevole dell’omicidio, condannato in primo grado a 24 anni di carcere. Ma intanto il processo d’appello sta rimettendo tutto in discussione, lo stesso Faenza rileva  «l’incredibile somiglianza con l’omicidio di Meredith Kercher». 


Ammette il produttore Pietro Valsecchi, ideatore di serie come “Distretto di polizia”, “Ris” e “Il capo dei capi”: «In effetti c’è stata una presa di posizione dei legali di Busco. Volevano stopparci. Spero sia tutto chiarito. Noi non siamo giudici, facciamo solo film. Esiste l’articolo 21 della Costituzione, quindi andiamo in onda». Aggiunge a ruota Faenza, regista sempre a sinistra, spesso “contro”, ma autore di quel “Silvio Forever” che è parso agli anti-berlusconiani troppo tenero nei confronti dell’ex premier: «Mi ha molto colpito il coraggio di Mediaset. Il delitto di via Poma è una storia totalmente italiana: non sarebbe tale se ci fosse un colpevole acclarato. Nel tempo io mi sono fatto un’idea: qualcuno ha ucciso e qualcun altro ha pulito. Ma per proteggere chi?».


Come insinua il titolo di un volumetto di Carmelo Lavorino distribuito ai giornalisti durante l’anteprima al Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza, trattasi di «inganno strutturale», fatto di errori, travisamenti, artifizi, raggiri, insabbiamenti. «Questo caso è una piccola Peyton Place» nobilita Faenza, ma per tornare subito alla cronaca giudiziaria: «Il recente provvedimento della Corte d’appello dice in sostanza ciò che diciamo noi. Troppe cose non tornano. L’orario della morte, il corpetto di Simonetta rimasto per vent’anni dimenticato in un cassetto, il contrasto netto tra la perizia dei due medici legali dell’università Cattolica di Roma e quella dei Ris in merito al sangue di Busco». Morale? «Il mio film è l’agghiacciante radiografia di un clamoroso caso di malagiustizia all’italiana, dove non c’è un solo personaggio, all’interno della galleria di 31 sospettati, che dica la verità».

“Il delitto di via Poma” parte dalla fine, o quasi, cioè dal 9 marzo 2010: Pietrino Vanacore, l’ex portiere di via Poma 2, a lungo considerato “il mostro”, si uccide col veleno legandosi a una corda nel mare di Torre Ovo. «Venti anni perseguitato senza nessuna colpa» recita il biglietto lasciato sul parabrezza. Da lì si torna indietro, al 7 agosto 1990, per ricostruire le ore concitate della funesta giornata: Simonetta in spiaggia fotografata dal fidanzato nel famoso costume bianco intero, una strana telefonata a pranzo, l’arrivo nel pomeriggio nello studio dell’Aiag nell’elegante palazzo di via Poma nel quartiere Prati, l’ansia crescente dei familiari, infine la scoperta del cadavere: a gambe aperte, nudo, oltraggiato da 29 pugnalate, il morso a un capezzolo.


«Quella di Simonetta non è un omicidio perfetto» annusa l’ispettore Montella, personaggio di fantasia che Silvio Orlando indossa con paziente e tormentata umanità. Un po’ l’eroe della situazione, l’investigatore tenace che intende risolvere il caso perché «non si può morire così a 20 anni». Allude invece al vero Nicola Cavaliere, allora capo della Squadra mobile e poi promosso al ministero degli Interni, il rude commissario Del Frate, cioè Massimo Popolizio, che vuole a ogni costo un colpevole per chiudere l’inchiesta. Solo che Vanacore sarà scarcerato un mese dopo, e nel frattempo «tutto s’è ingarbugliato, come un gomitolo tra le zampe di un gatto». Troppe menzogne. Che ci faceva un funzionario del Sisde sul luogo del delitto? L’appartamento dell’Aiag era un ufficio sotto copertura dei servizi segreti? Un luogo adibito anche a prestazioni sessuali a pagamento? E perché solo nel 2007 verrà arrestato il fidanzato di Simonetta?

Con ritmo incalzante, nella misura aurea dei 100 minuti, “Il delitto di via Poma” illustra e riorganizza le ipotesi, seminando dubbi sia sull’operato degli investigatori sia sulle buona fede dei testimoni, anche grazie all’aiuto fornito da Paola Cesaroni, sorella della vittima. Gli interpreti, da Giulia Bevilacqua a Giorgio Colangeli, da Astrid Meloni a Michele Alahique, si intonano al registro severo, mai morboso, rispettoso nei confronti della  povera ragazza scannata come una bestia nella calura di un pomeriggio agostano di 21 anni fa.  

Michele Anselmi

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