La guerra è dichiarata. In sala il film rivelazione di Valérie Donzelli

Non è da tutti portare sul grande schermo un dolore vissuto in prima persona. Per di più se i protagonisti e sceneggiatori del film sono proprio quelli direttamente interessati dal dramma. Con invidiabile coraggio e struggente meraviglia lo hanno fatto Valérie Donzelli e Jérémie Elkaim in La guerra è dichiarata, dove raccontano la propria storia di genitori di un bambino gravemente malato, con disavventure ospedaliere connesse. E lo fanno dietro i nomi “già sentiti” di Romeo e Giuliette. Come nella tragedia di Shakespeare, i due si conoscono ad un party in un locale ed è amore a prima vista. Di quelli da baci dolci e appassionati sulle panchine dei parchi e corse a perdifiato nel mondo. Si amano e fanno un figlio: Adam (nella realtà si chiama Gabriel). Ma presto scoprono, purtroppo, che è affetto da una forma aggressiva di tumore al cervello. Inizia così la loro discesa all’inferno e risalita verso una luce in fondo al tunnel…

Apprezzatissimo e lodato alla “Semaine de la critique” del Festival di Cannes 2011 e fuori concorso al 29esimo Torino Film Festival, il film è da venerdì nelle nostre sale per Sacher Film. Un’opera straordinaria, sfaccettata, composita, un mosaico che fa del contrappunto e dell’eclettismo la sua seducente ed efficace chiave stilistica.

Contrappunto (barocco) lampante sin dalla primissima sequenza, dove vengono affiancate la martellante e stordente sirena della risonanza magnetica alla musica “tunz tunz” da discoteca. L’ansia, il magone e la tensione delle scene di profondo e ineffabile dolore in ospedale vanno a braccetto con la gioia, la ribellione e la spensieratezza di “beata gioventù” sperimentate in disco, con gli amici, nel verniciare la casa, ecc. E’ la teoria degli opposti che caratterizza gli affetti e i sentimenti, è la voglia di vivere e divertirsi di chi, giovane padre e giovane madre, è determinato nel voler essere genitore ma anche restare e sentirsi ancora giovane, e libero. Contrappunto barocco che ritorna poi nel Minuetto di Bach che drammatizza musicalmente il momento più tragico e struggente del film.

Ed è proprio nella colonna sonora che s’incarna un premeditato eclettismo. Con saggia e sfrontata consapevolezza s’orchestrano in modo omogeneo mondi distanti: il già citato Bach con i dolci flauti “da corte” di Antonio Vivaldi, la distorta e alienante musica (post)moderna con canzoni d’amore alla Carla Bruni cantate dai protagonisti come se fossero in uno sdolcinato film di François Ozon. Multiforme anche il montaggio che brucia le tappe del tempo e indugia su rallenti d’angoscia, e l’attenzione conferita alla cromìa delle immagini, dove freddo e caldo si contrappongono vigorosi tra le corsie asettiche delle cliniche e una giostra volante tutta lucine per eterni Peter Pan, tra un rossetto marcatissimo sulle labbra di Giuliette e una spiaggia finale a metà tra Angele e Tony e The Tree of Life.

La sceneggiatura è calibrata al millimetro, capace di emozionarci nell’intimo ma anche di farci ridere, di stemperare il climax di pathos con battute frizzanti e di pancia (memorabile il dialogo tra Romeo e Giuliette sulle “sfighe possibili” la notte prima dell’operazione di Adam). Un’opera artistica completa, di una straordinaria abbondanza di idee tecniche ed estetiche stipate nel film d’esordio di una giovane regista che vuole e sa osare, e riesce a stupire. Un esempio su tutti è l’uso rado della voce fuoricampo alla Truffaut. Ma non narra, bensì descrive. E’ così che le telefonate di Giuliette non le sentiamo “in presa diretta”, ma descritte dalla voce fuoricampo nel momento stesso della chiamata.

Tommaso Tronconi

Lascia un commento