The Artist. Un film muto alla conquista dell`Oscar

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Scommettiamo che vincerà un Oscar, e non dei più leggeri? Dopo il premio a Cannes 2011, il francese “The Artist” ha inaugurato la campagna americana in cerca della statuetta. Sembrava una follia: un film muto, in bianco e nero, la Hollywood dei ruggenti anni Venti prima del passaggio al sonoro, due protagonisti sconosciuti oltre oceano, Jean Dujardin e Bérénice Béjo, sia pure con ricco contorno di volti celebri in partecipazione speciale, da John Goodman a James Cromwell, da Malcolm McDowell a Penelope Ann Miller. Chi mai andrà a vederlo? Invece il regista parigino Michel Hazanavicius, classe 1967, noto in patria per due parodie di James Bond intitolate all’agente segreto Oss 117, ha visto giusto, e con lui il produttore Thomas Langmann, pronto a investire sul progetto, sulle prime ritenuto suicida, 12 milioni di euro. 

Risultato: Harvey Weinstein, ex boss della Miramax e gran costruttore di Oscar, ha acquistato “The Artist” per il mercato statunitense, facendolo uscire per ora in quattro sale mirate, a Los Angeles e New York, mostrandolo in una serata di gala alla presenza delle nipoti di Charlie Chaplin, Carmen e Dolores, magnificandolo ogni giorno in tv. La critica Usa gongola, il passaparola sta funzionando. Cinquine assicurate nelle categorie principali, prevedono i bookmaker. Per il nostro “This Must Be the Place”, che pure sarebbe dovuto uscire entro il 31 dicembre per partecipare alla contesa, se ne riparlerà l’anno prossimo.

Del resto, trattasi di Francia: dove l’audacia, almeno nelle cose di cinema, è abituata a sposare la qualità, con effetti talvolta miracolosi. In Italia qualsiasi produttore – dico qualsiasi – avrebbe messo alla porta un regista con quell’idea in testa, liquidandolo con un sorrisetto di compatimento, come si fa coi matti. Invece Hazanavicius è riuscito a girare a Hollywood, negli studi che furono di Chaplin, Sennett e Fairbanks, addirittura nella villa e sul letto di Mary Pickford.
 
Ma attenzione: “The Artist”, appena uscito nelle sale italiane targato Bim, non è solo l’omaggio cinefilo a una mitica “età dell’oro” escogitato da un regista col culto di Murnau, Borzage e Lang; l’uso del muto e del bianco e nero diventa scommessa di stile, quasi una sfida ai prodigi digitali e al 3D, e insieme piacere nell’impaginare un mélo romantico sui temi della creatività artistica, il tempo che passa, la fama che dirada. Un “Viale del tramonto” meno cupo e mortuario, ma che non sembrasse un capriccio alla moda, nonostante i riferimenti ai classici sull’argomento: da “Cantando sotto la pioggia” a “Il silenzio è d’oro”.

Divo del muto all’apice del successo, l’immaginario George Valentin, un mix tra John Gilbert e Douglas Fairbanks, smuove le folle con i suoi baffetti e i capelli impomatati. Siamo nel 1927, l’attore non intende misurarsi con l’avvento del sonoro. «Se quello è il futuro, puoi tenertelo» urla, nel cartello-didascalia, al produttore col sigaro, sicuro di avere in mano il pallino. Invece la gente, sotto l’urto della Crisi del 1929, vuole altro: facce nuove che parlino, una mimica meno grottesca, storie più realistiche. 

«Perché ti rifiuti di parlare?» si lamenta la moglie infelice, mischiando amore e cinema. Ma lui tiene duro: investe i suoi soldi su “Tears of Love”, fallisce, resta solo, vende la villa, mette all’asta mobili e quadri, finisce in una stamberga insieme al cagnolino amato e al vecchio autista fedele. Ormai tutti impazziscono per Peppy Miller, la comparsa dalle gambe perfette e dal viso birichino che Valentin inserì in un suo film per una breve scene di danza. Che dite: la ragazza si ricorderà di lui? E soprattutto: riuscirà a sbriciolare il suo orgoglio di divo decaduto senza mortificare l’uomo, e anzi facendogli arrivare il calore di un amore mai dichiarato?

Quasi interamente muto, se non per alcuni rumori che si trasformano in gag, quasi un incubo a occhi aperti per il protagonista, “The Artist” chiede al pubblico semplicemente di lasciarsi andare. Nell’epoca del suono potente che aggredisce e narcotizza, il film di Hazanavicius, 100 minuti in tutto, azzera le battute del dialogo chiedendo aiuto ai canonici cartelli del muto, e gioca con una colonna sonora intonata ai gusti dell’epoca. Calligrafico e sofisticato? Può darsi. Ma presto dimentichi l’esperimento per gustare la storia. E il tip-tap fa il resto.


Michele Anselmi

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