Sherlock Holmes. Un doveroso sequel?

Ancora un altro Sherlock Holmes | Ancora un "elementare" successo?

Ci siamo: un nuovo sequel è in arrivo sul grande schermo. Gli artefici sono Guy Ritchie e il celebre detective che ha già ispirato il suo film precedente del 2009. “Sherlock Holmes. Gioco di ombre” uscirà nelle sale italiane il 16 dicembre 2011: nato per caso dalla penna di Arthur Conan Doyle (medico scozzese che iniziò a mettere su carta le sue prime avventure in uno studio nei pressi di Port Smouth), Holmes ha già avuto molteplici esperienze con il grande schermo. Oltre a essere protagonista di quattro romanzi e cinquantasei racconti realizzati a partire dal 1887, l’investigatore è anche il perno di prodotti audiovisivi realizzati con scadenza quasi “ciclica”, dagli anni Trenta in avanti, tra cui risulta doveroso citare almeno la celebre versione di Billy Wilder interpretata da Robert Stephens (“La vita privata di Sherlock Holmes”, 1970).

Alla luce degli incassi del primo film, sarebbe stato ingenuo da parte del regista britannico non affidare ancora tutto al talento di Robert Downey Jr., specialmente a seguito della scelta dell’attore di rinunciare al progetto “Cowboys&Aliens”. La sceneggiatrice Michele Mulroney ha già in precedenza assicurato che questo sarà un film divertente, un lavoro al cui script ha lavorato con entusiasmo e coinvolgimento perché le storie di Holmes e Watson, il collaboratore che rappresenta l’alter-ego dello stesso Doyle e al contempo la vera voce narrante della storia e che sarà naturalmente interpretato da Jude Law, hanno il merito di aver riempito d’avventura la sua stessa infanzia e quella del collega Kieran Mulroney. D’altra parte chi non ha mai letto almeno uno di questi racconti? Sembrerebbe ancora una volta che la trama sia soltanto un pretesto per realizzare un film con tutti gli ingredienti del kolossal: la morte del principe ereditario d’Austria appare come il tipico caso di suicidio agli occhi di tutti, ma il detective intuisce che si tratta di un omicidio premeditato, parte di un più ampio progetto architettato dal crudele professor Moriarty. All’intrigo del plot orizzontale si lega inoltre un’impercettibile sfumatura melò che riconferma Sherlock Holmes come eroe contemporaneo, tutt’altro che puro mito ottocentesco. Gli altri indizi sul caso saranno infatti da lui rintracciati nello stesso club dove è stabilito il suo incontro con Watson allo scopo di festeggiare l’ “addio al celibato” di quest’ultimo. Oltre alla sua futura sposa Mary Morstan, un altro personaggio femminile collaborerà a rafforzare l’insolita declinazione “rosa” di un film strutturato sulla forte logica dell’intrigo: si tratta di Sim, una zingara cartomante che all’assassinio risulta connessa più di quanto si possa immaginare.

Potrà essere diventato più acrobata e meno posato, ma senza dubbio lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie mantiene costanti le caratteristiche elencate dallo stesso Watson nella descrizione del personaggio letterario, tra cui brilla particolarmente la mente “acuta”: non è un caso, infatti, che proprio grazie al ciclo di racconti a lui ispirati Doyle fu considerato il “padre fondatore del giallo deduttivo”, etichetta che deve comunque dividere con Edgar Allan Poe. Sarà forse per questa ragione che l’autore non instaurò mai un buon rapporto con la sua stessa creazione, divenuta più famosa di lui? Identificazioni e sostituzioni si ripresentano sul piano del reale oltre che su quello della fiction. Ci auguriamo oggi che questo meccanismo possa interrompersi, ma forse la storia è destinata a ripetersi perché, specialmente agli occhi dello spettatore più giovane, il nome di “Sherlock Holmes” si associa già al volto dell’attore che lo interpreta. Resta da vedere, allora, se oltre a questa sovrapposizione di meriti, avrà luogo un ulteriore processo di commistione dei tratti o del linguaggio tra nuovo e vecchio Holmes, allo stesso modo in cui la fantasia popolare ha caricato l’originaria espressione del detective dando origine alla famosa espressione “Elementare, Watson”! 

Ilaria Abate

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