L`arte del riciclo: il caso di Sharon Stone

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su il Secolo XIX 

Si vede che non le importa granché. In una foto scattata sul set, durante le riprese a New York, sbadiglia pure. Però è sempre Sharon Stone. Diva allo stato puro. Poco importa che non azzecchi un film da anni, prima e dopo quel “Basic Instinct 2” del 2006 che le procurò tante pernacchie: vere e sotto forma di premi-sfottò. Nel 2009, a 51 anni, la bionda attrice che fu l’indimenticabile e smutandata  bomba-sexy Catherine Tramell, girò quattro puntate di “Law & Order. Unità speciale”. Martedì 29 novembre e 6 dicembre sono andate in onda su Retequattro, con buoni ascolti, e di sicuro i fan della star si saranno impegnati a squadrarla nel ruolo di Jo Marlowe, ex poliziotta tosta e dura, ancorché in tacco 12 e tailleur strizzati, diventata assistente del Procuratore distrettuale. Una che spara battute del tipo: «Come diceva mia nonna, le carte migliori che hai sono quelle che non hai giocato». 

Affiancata dai due eroi della serie sui crimini a sfondo sessuale, cioè Mariska Hargitay e Christopher Meloni, la Stone è apparsa sempre bella, per quanto un po’ appesantita sui fianchi e con qualche ruga lisciata. Di sicuro, tra un galà di beneficenza, una passeggiata sul red carpet a Cannes e una pubblicità di moda, ha saputo reinventarsi sul piccolo schermo. Laddove sono finiti tanti dei suoi colleghi famosi, spesso con risultati eccellenti: perché è meglio fare buona tv che cattivo cinema. Infatti, nonostante appaia a tratti fuori parte, Sharon Stone è sembrata più convincente nei quattro episodi di “Law & Order. Unità speciale” che negli ultimi due film, i cui titoli recitano  “Streets of Blood” e “Largo Winch 2”. Chi li ha visti?

Inutile dire che Dick Wolf, creatore della serie Nbc, s’è profuso in complimenti, del tipo: «Un’emozione avere una star del calibro ed importanza di Sharon nel nostro show». Un’emozione pagata cara, ben oltre 1 milione di dollari, anche se il gioco vale la candela. L’effetto «che ci fa Sharon Stone in una serie tv?» è stato raggiunto; non per niente, sempre in “Law & Order”, l’altra sera è spuntata anche Isabelle Huppert in veste di “guest star”. Sarà perché si lavora velocemente, la paga è alta e la popolarità assicurata? La controprova: il nostro Franco Nero, nei panni di una specie di Strauss-Khan italiano processato per molestie sessuali, è stato la vedette della prima puntata della tredicesima stagione.

Non che accada solo negli Stati Uniti. Quanti bravi attori italiani nati col cinema, da Elena Sofia Ricci a Terence Hill, da Gigi Proietti a Stefania Sandrelli, da Ricky Memphis a Isabella Ferrari, da Massimo Ghini a Sabrina Ferilli, hanno saputo riciclarsi con successo in tv? Ma certo lo sfruttamento planetario delle serie americane, non solo sul versante “crime”, assicura ben altre fortune. Anche grazie alla qualità, di narrazione, stile e scrittura romanzesca,  raggiunta dai network statunitensi. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.

Prendete “Csi” e le sue filiazioni, ciascuna delle quali è costruita attorno a un attore che fu volto noto del cinema. William Petersen a Las Vegas, David Caruso a Miami, Gary Sinise a New York. Interpreti di gran valore, duttili, intensi, capaci di girare film come “Vivere e morire a Los Angeles” di Friedkin, “King of New York” di Ferrara, “Forrest Gump” di Zemeckis; eppure è stata l’innovativa serie sulla polizia scientifica a regalare loro fama e contratti da sballo. Vale anche sul versante femminile: Marg Helgenberger era brava e toccante in “Erin Brockovich”, accanto a Julia Roberts, ma solo diventando Catherine Willows in “Csi” il suo cachet è balzato alle stelle. Per non dire dell’inglese Hugh Laurie: prima d’esser scelto per dare corpo e zoppia al “Dr. House”, nel 2004, aveva girato almeno quindici film, pure da protagonista, ma oggi becca 500 mila dollari a puntata. O di Tim Roth, che nelle tre stagioni di “Lie to Me”, dove è lo psicologo-detective Cal Lightman capace di risalire alla verità da una microespressione facciale di chi si trova di fronte, ha saputo riscattarsi da tanto cinema dimenticabile.  

Ciò detto, di solito è l’età, insieme all’appannarsi del richiamo cinematografico, a favorire il passaggio. James Caan, classe 1940, deve agli 88 episodi del telefilm “Las Vegas” se non è finito nel dimenticatoio. Lo scomparso Dennis Hopper pagò la sua passione per l’arte con le serie “E-Ring” e “Crash”; Jim Belushi con “La vita secondo Jim” ha rifondato se stesso come attore brillante; mentre Mandy Patinkin, stupendo attore di teatro e cinema negli anni Ottanta, solo facendo Jason Gideon in “Criminal Minds” ha potuto rilanciarsi, prima di andarsene in segno di protesta contro la crescente brutalità delle trame. Stesso discorso per beniamini del pubblico anni Settanta-Ottanta come Keith Carradine, John Lithgow e Harvey Keitel, pronti a comparsate di lusso in serie come “Dexter” o “Life on Mars”. 

E che dire di Kiefer Sutherland? All’inizio del terzo millennio era finito come star cinematografica: lo sbrigativo agente anti-terrorismo Jack Bauer di “24” l’ha consegnato a una nuova vita artistica. Spremuto ma ricchissimo e di nuovo in sella. Idem per Laurence Fishburne e Ted Danson sul versante maschile, ma soprattutto Geena Davis, Sarah Jessica Parker e Jennifer Beals su quello femminile: l’una presidentessa in “Una donna alla Casa Bianca”, la seconda nasuta Carrie in “Sex and the City”, la terza capo della polizia in “Chicago Code”. 

Perfino Al Pacino non disdegna la tv, ramo Hbo, se avete visto “You Don’t Know Jack” di Barry Levinson sul cosiddetto dottor Morte; al pari di Kate Winslet, forse più brava che al cinema nella stupenda miniserie “Mildred Pierce” di Todd Haynes. Si potrebbe continuare all’infinito. Il piccolo schermo offre sempre più storie intense, appassionanti, profonde. Ma il sottoscritto continua a pensare che Amy Brenneman, per 138 puntate giudice Amy nell’omonima serie, avrebbe meritato una seconda chance al cinema: rivederla, per credere, in “Heat – La sfida” di Michael Mann accanto a Pacino e De Niro.

Michele Anselmi

 

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