Penultimo paesaggio. Luci e ombre di una Parigi in bianco e nero

Penultimo Paesaggio | Un film di Fabrizio Ferraro

Parigi, un appartamento spoglio, un uomo e una donna, un`attrazione immediata: il richiamo a Ultimo tango a Parigi è subito evidente, e diventa una citazione esplicita quando l`uomo (il grafico, dj e consulente musicale Luciano Levrone) guarda proprio un film di Bertolucci nel suo ufficio-appartamento parigino. Ma, sebbene riconosciuto, il riferimento all`Ultimo tango rimane solo un pretesto per il regista di Penultimo Paesaggio, Fabrizio Ferraro. Qui c`è sesso ma non c`è passione; c`è un incontro al buio, non un caso fortuito; nessun colore, solo luci e ombre in bianco e nero. Ma soprattutto non c`è una storia, niente narrativa, solo immagini ossessivamente statiche che fotografano l`evoluzione lenta e incompleta dei due protagonisti.


La donna (la ballerina di danza contemporanea Simona Rossi) è un`italiana trasferitasi a Parigi in cerca di una vita diversa. È giovane, estroversa e cerca di ribellarsi a una vita piatta, omologata, priva di creatività. Viaggia in bicicletta mentre le automobili sfrecciano lungo le strade di Parigi, vittime più o meno volontarie di un`epoca che ha irrimediabilmente perduto una concezione umana del tempo. Si rifugia nella letteratura e nell`arte, per non rimanere soffocata dalla vita. L`attrazione della donna per il protagonista deriva dalla curiosità per il suo atteggiamento solitario e misterioso. Tuttavia, questa ostentata diversità non appare come un`alternativa di vita, bensì come un totale rifiuto della vita, un`alienazione volontaria fatta di rabbia e rassegnazione. O almeno questo è ciò che si evince dal viso inespressivo e spento dell`uomo, anche durante le poche e implicite scene di sesso, ridotte a banali e freddi momenti di sfogo sessuale, totalmente privi di passione, che non fanno altro che sottolineare la solitudine dei due protagonisti e la loro impossibilità di comunicare.


Probabilmente, l`intenzione del regista era quella di far emergere quei valori che sembrano irrimediabilmente persi nella società moderna, riscoprendo la lentezza, il vuoto, la riflessione, dove l`essere ritrova lo spazio che gli è stato negato dalla politica dell`agire. Da qui, l`idea di una stanza vuota, con tende e pareti bianche, segno della volontà di non imporsi sullo spazio, ma di occuparlo in modo discreto, semplicemente con la propria presenza. Se le intenzioni sono buone, il risultato, però, è quello di una sorta di moderno antieroe che si pone in un passivo stato di sospensione tra l`essere e il non essere, in un immobilismo che disprezza il mondo senza mai riuscire a proporre una valida alternativa. 


Sicuramente il film, che sarà distribuito nelle sale dal 12 dicembre, ha molti aspetti artisticamente positivi, come le suggestive immagini in bianco e nero che ritraggono Parigi e i suoi abitanti e le coinvolgenti musiche che riempiono il vuoto lasciato dalla quasi totale assenza dei dialoghi. Inoltre è interessante l`idea di lavorare con artisti che non provengono dal mondo del cinema e che sono chiamati a portare parte di se stessi e della propria vita all`interno del film. Tuttavia 114 minuti di non narrazione rappresentano davvero una sfida per la concentrazione del pubblico, a cui viene richiesto uno sforzo costante per compensare quella che a volte sembra una mancanza di chiarezza espressiva. Così, la penultima immagine del film, quel tunnel scuro e monotono in cui saltuariamente compaiono delle luci sparse, mentre riesce a rappresentare una critica severa della società moderna, rischia allo stesso tempo di diventare un ritratto del film stesso, lasciando la continua sensazione che “manchi qualcosa”. Un vuoto sicuramente voluto che è però appesantito da continue digressioni e dalla lentezza forzata delle scene, che tolgono al film buona parte della sua efficacia.


Martina Ticconi

 

 

 

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