Le idi di marzo. Una storia naturalmente cinica

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

E se fosse il film della disillusione? Il primo presidente nero degli Usa, evocato negli slogan progressisti che sentiamo pronunciare, aleggia come un fantasma su “Le idi di marzo”. Difatti George Clooney spiega: «L’abbiamo pensato e scritto nel 2007. Ma poi fu eletto Obama, spirava un clima di grande ottimismo, non ci sembrava il momento giusto per una storia così cinica. Ora, invece, quel momento è arrivato». Chi vuole intendere, intenda.

Dopo l’anteprima a Venezia, esce venerdì per Raicinema, come salutare alternativa ai comici italici, ai gatti con gli stivali e al “risuolato” Sherlock Holmes,  il quarto film da regista di Clooney. Tema mica male con l’aria che tira: “Le idi di marzo” dice come sia facile vendersi l’anima nel mondo della politica, quanto sia seducente/seduttiva la pratica del potere, anche quando quel potere custodisce ideali di cambiamento. Non proprio una novità a Hollywood, innumerevoli sono i film in materia, a partire da un piccolo classico del 1972, “Il candidato” che demoliva, seguendone la campagna elettorale, coerenza e lealtà di un aspirante presidente incarnato da Robert Redford.


Tuttavia l’engagé Clooney, obamiano della prima ora e un tempo anche un po’ veltroniano, non è pessimista: al Lido assicurò  che «il cinismo non sconfiggerà l’idealismo», anche se il momento non è dei migliori negli Usa. Di sicuro l’attore non ha intenzione di buttarsi in politica: «Preferisco girare film. Ti capita di accettare lo stesso dei compromessi, ma se sbagli non provochi la morte di nessuno. Chi governa sì». Ben detto.

S’intende che le idi marzoline non sono quelle del 44 avanti Cristo. Giulio Cesare, Bruto e Cassio non c’entrano. E tuttavia, con scespiriana allusione, sempre di congiure politiche si parla nel film che Clooney, con lo sceneggiatore-socio Grant Heslow e il coproduttore Leonardo DiCaprio, ha tratto dalla pièce teatrale di Beau Willimon “Farragut North”. Budget in economia, appena 12 milioni di dollari, mettendo insieme un cast stellare, nel quale primeggiano il protagonista Ryan Gosling, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti e lo stesso Clooney. La Sony avebbe preferito mantenere il titolo originale, dal nome di una fermata della metropolitana di Washington a un passo dal distretto dei lobbisti; ma il divo ha puntato i piedi optando per un concetto più colto, a suggerire le trame insinuanti di un complotto meno sanguinario ma altrettanto feroce.

A teatro era il vero Howard Dean, poi battuto da John Kerry nella corsa alla presidenza contro Bush nel 2004, il protagonista della vicenda. Nel film il politico in questione si chiama Mike Morris, appunto Clooney, è un brillante governatore democratico che deve sconfiggere il suo avversario alle primarie in Ohio per poi candidarsi alla Casa Bianca. Il tutto visto dalla prospettiva del trentenne guru della comunicazione Stephen Meyers, ovvero Ryan Gosling: tipo sveglio e idealista, diabolico nel gestire i rapporti con la stampa e destinato a luminosa carriera, se non scoprisse di colpo d’essere sacrificabile sull’altare della politica. 

Il film, grondante pessimismo sulla natura umana, non insegue la cronaca, semmai la anticipa o la riordina in chiave di apologo morale, usando il materiale classico di queste storie: scappatelle sessuali, manipolazioni e ricatti, suicidi imprevedibili, colpi bassi, passaggi di campo. «Il vento che tira in Ohio è il vento che tira nel Paese» sentiamo dire all’inizio del film. In effetti il fascinoso e laico Morris sembra in vantaggio sull’avversario Pullman, più anziano e bigotto, ma forse le cose non stanno così. Pullman è in rimonta, i repubblicani sono pronti a votare per lui contro l’altro, vince la partita chi si assicura i 356 delegati di un ambizioso senatore nero divenuto l’ago della bilancia. Non succedeva solo in Italia con Scilipoti e i “responsabili”.
 
Tra riferimenti alla guerra in Iraq e slogan sull’energia pulita, il film descrive la progressiva caduta del rampante spin-doctor che si sentiva più furbo di tutti e invece si ritrova a fare i conti con squali pronti a papparselo. Ma lui sa qualcosa di molto imbarazzante da mettere sul piatto della bilancia per salvarsi. Al governatore che vorrebbe licenziarlo urla: «Puoi scatenare una guerra, puoi mandare il Paese in malora, puoi dire il falso, ma non puoi scoparti una stagista». Da noi si sa come andava. 


Michele Anselmi

Lascia un commento