Racconto di Natale. Dickens tra pagina e schermo

A Christmas Carol | Canto e controcanti

“(…) May it haunt their house pleasantly, and no one wish to lay it”.

Con queste parole, Charles Dickens ci invita alla lettura del suo “A Christmas Carol”, precisando il vero significato dell’opera: il Canto di Natale viene indicato come un “libricino che parla di fantasmi”, affinché possa svilupparsi lo Spettro di un’idea che infesti piacevolmente le nostre case. “Che a nessuno venga il desiderio di scacciarlo”, scrive l’autore inglese nel definirsi umilmente come nostro amico e servitore. Correva l’anno 1843, eppure questo successo letterario che ha subito le più diversificate declinazioni di genere all’interno di prodotti audiovisivi per il cinema e per la tv, racchiude in sé non soltanto la potenza evocativa dei tre spiriti ma anche quella concreta dell’attualità al punto che molti registi emergenti dedicano ancora a Dickens le loro prime opere sperimentali.

Pur nell’aderenza al principio del tecnologico, uno degli ultimi lavori natalizi che da Dickens ha tratto ispirazione conserva in sé il fascino dell’antico: si tratta di “A Christmas Carol”  realizzato nel 2009 da Robert Zemeckis, un film nel quale il regista sfrutta ancora strategicamente la “performance capture” già utilizzata per “Polar Express” e “Beowulf” (la Disney investì 200 milioni di dollari in questa versione tridimensionale dell’opera fortemente incentrata sulle abilità del trasformista Jim Carrey). Il risultato fu quello di un lavoro all’insegna dell’interattività, caratteristica che emerge fin dalla sequenza d’apertura che porta lo spettatore letteralmente “dentro” il libro, per trascinarlo poi sul primo piano del famoso cartello con la scritta “Scrooge & Marley”. E da qui non si sfugge: fedeli alla dettagliata introduzione di Dickens che svela i rapporti tra il misantropo Ebenezer e il suo collega morto esattamente sette anni prima, quasi tutte le trasposizioni per lo schermo insistono su questo punto, che non è affatto un dettaglio.

Avviene per Zemeckis come per David Jones, come si può notare nel suo film tv di dieci anni precedente che prende il via proprio dall’avanzare del vecchio avaro nella direzione dell’insegna (è un Patrick Stewart dai tratti somatici particolarmente adatti alla figura di Scrooge). Allo stesso modo partiva il più datato lavoro di Ronald Neame, “La più bella storia di Dickens” (1970) che valse ad Albert Finney il Premio Golden Globe come Miglior Attore Protagonista. Il film rappresenta una versione musical non del tutto riuscita che contiene, tra gli altri pezzi, una canzone dal titolo “Thank you very much” interpretata da Terry Marsh (il motivo accompagna il momento dello “scioglimento catartico”, vero e proprio inno alla gioia del Natale). Questo lavoro si posiziona come la terza tra le più note trasposizioni su grande schermo, se si considerano i confronti con le precedenti del 1935 e del 1951. A differenza di quanto avviene nel romanzo originale, però, nel lavoro di Neame il primo spirito del Natale viene interpretato da una donna (anziana, appunto per evocare gli anni trascorsi) e il fantasma di Marley appare una seconda volta. Per quest’ultimo dettaglio si discosta da tutte le altre versioni audiovisive, come ci ricorda il goffo Marley-Pippo che, nella sua sola apparizione a Scrooge, riesce a inciampare perfino nel suo bastone.

È l’intramontabile e commovente “Mickey’s Christmas Carol”, il cortometraggio Disney del 1983 che trasferisce a Paperon de’Paperoni il ruolo di Scrooge e affida a Topolino i panni del dipendente sfruttato Bob Cratchit. La storia è sempre la stessa: la sera del 24 dicembre al giovane viene concesso di prendersi la mezza giornata libera e al primo minuto di libertà corre a casa dalla famiglia per regalarci immagini strappalacrime con un piccolo Timmy malato che resta nel cuore di spettatori piccoli e grandi. Scrooge, dopo aver rifiutato l’invito a cena del nipote che insiste ancora per invitarlo ad unirsi alla cena della vigilia (un Paperino indimenticabile), incontra il fantasma del defunto Jacob a predirgli l’arrivo dei tre spiriti natalizi: nella notte da incubo in cui Gambadilegno lo conduce sulla sua tomba deserta, l’avaro mercante scoprirà non soltanto l’importanza del pentimento ma anche il desiderio di cambiare finalmente le cose, una necessità di modificare il destino che porterà la storia verso il “lieto fine”. L’essenza dell’opera e il messaggio umanitario di Dickens emergono in tutta la loro forza, rimarcando l’idea che soltanto la vera riconoscenza e la voglia di dare al prossimo conducano alla vera felicità del singolo.

Distribuito in Italia soltanto negli anni successivi, il primo Canto di Natale Disney vi trovò un predecessore molto diverso per forme e per contenuti: “Non è mai troppo tardi”, film del 1953 diretto da Filippo Walter Ratti. Come lo Scrooge a due dimensioni da cui trae origine, l’avaro usuraio Antonio Trabbi (Paolo Stoppa) considera il Natale una “sciocchezza” e rifiuta di prendere in pegno un gioiello da Rossana, il suo amore di gioventù caduto ormai in rovina. Solo nel rivivere la prima notte con lo spirito del Natale Passato, a Scrooge torna in mente la ragione di quella perdita: semplicemente se stesso. Nasce quindi il desiderio di riscattare i suoi sbagli distribuendo doni ai poveri in parrocchia e a Rossana stessa, nonostante quest’ultima resterà comunque sposa del suo vecchio rivale Riccardo (Marcello Mastroianni).

Il decennio successivo vedrà ancora il ritorno di personaggi animati targati USA: la United Production of America presenta il suo “Magoo’s Christmas Carol” nel 1962, un’operazione per la tv che fu poi replicata esattamente trent’anni dopo con un lavoro diretto da Brian Henson, che tra i suoi doppiatori ha Michel Caine, “The Muppet Christmas Carol”. Ogni epoca ha le sue personalità, si sa. Soltanto un pezzo di dialogo tra zio e nipote resta senza volto oggi, in tempi di piena crisi economica:

Che motivo hai tu di essere felice? Sei povero abbastanza”.

Che motivo avete voi di essere imbronciato? Siete ricco abbastanza”.

La prova del nove è immediata: lo spettatore che si identifica nella figura di Ebenezer Scrooge dovrebbe seguire il suggerimento di John Lennon e chiedersi: “So this is Christmas. And what have I done”?

Ilaria Abate

 

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