Frontiere mobili: delocalizzazione e cinema

Agevolazioni e fughe | Runaway Production

Da tempo anche il cinema italiano si confronta con il problema della delocalizzazione che vede sempre più spesso le produzioni italiane emigrare all’estero, in particolare in Serbia, Argentina ed Est Europeo, non solo per contenere i costi ma anche perché attratte da una serie di benefici predisposti dai governi stranieri tra cui servizi di base, agevolazioni fiscali e maestranze valide quanto quelle italiane ma disponibili a minor costo.

L’effettuazione delle riprese all’estero, nota anche con il termine di "runaway production", produzione fuggiasca, mentre all’inizio interessava essenzialmente manodopera scarsamente qualificata o la necessità  di ricorrere a location più adatte, oggi coinvolge manodopera specializzata, alcune fasi della produzione e solo raramente l’intero ciclo di realizzazione del film, dal primo giorno di riprese fino all`ultimo.

Ma la delocalizzazione non e` solo verso l’estero. Tra le regioni italiane ormai si è scatenata una vera e propria concorrenza per attrarre investimenti di produzioni cinematografiche e televisive alle quali offrono condizioni migliori per girare i film. In particolare sono le produzioni del Lazio e Roma che preferiscono emigrare nelle altre regioni italiane, come ad esempio il Piemonte, la Toscana, il Friuli e la Sicilia, più pronte a fornire servizi efficienti e supporti finanziari. In alcuni casi delocalizzare significa anche scegliere condizioni di ripresa più favorevoli. “A Roma non si può girare il sabato e durante la settimana i problemi sono tanti. Certi quartieri non ci accolgono più a braccia aperte. L`utilizzo dei teatri spesso decongestiona la città oltre ad una serie di disagi e costi, non certo modesti, che le produzioni devono sostenere per la realizzazione delle scene in esterni", ha recentemente dichiarato il produttore Angelo Barbagallo.

Eppure non sono troppo lontani i tempi in cui Roma era considerata la Hollywood sul Tevere e lo sa bene la Regione Lazio che per riportare la Capitale al centro della cinematografia nazionale ed internazionale ha recentemente stanziato un Fondo per il cinema e l`audiovisivo di 15 milioni, due terzi dei quali è destinato al cinema, mentre un terzo alla produzione di opere audiovisive. Tralasciando le polemiche di natura politica sul funzionamento del fondo, la vera novità sta nella forma degli aiuti, una sovvenzione e non in conto capitale, senza quindi una loro restituzione nel tempo.  

Ma l`Italia non e` fuori dai giochi, anche il Belpaese riceve la delocalizzazione soprattutto dopo la recente introduzione del tax credit a favore del cinema che ha avuto il merito di attrarre produzioni straniere più del fattore clima e della bellezza delle location. Come l’ultima produzione di Woody Allen, che ha scelto Roma come sfondo per la sua commedia Bop Decameron oltre a segnare l’importante debutto di Cinecitta Studios come produttore esecutivo. Perché il meccanismo del Tax Credit italiano – che restituisce al produttore internazionale il 25% di quello che viene speso in Italia, fino al 60% del budget complessivo del film – richiede la presenza di un produttore esecutivo italiano per i film stranieri che beneficiano degli incentivi fiscali.

Certo non basteranno un fondo e delle agevolazioni fiscali a frenare la fuga all’estero delle produzioni italiane che mirano principalmente all’abbattimento dei costi incuranti che l’industria cinematografica ha peculiari caratteristiche di identità culturale di una nazione oltre agli impatti negativi in termini di occupazione. Ma è anche vero che nell’era della globalizzazione che tutto divora, la delocalizzazione è solo un’inevitabile conseguenza del processo di uniformizzazione del cinema a favore di un linguaggio universale capace di raggiungere un pubblico più vasto a prescindere dai confini culturali. E ben poco potranno fare i programmi dell’Unione Europea a difesa della diversità culturale tra gli stati membri per invertire questa tendenza.

Monica Straniero

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