J. Edgar, il passo falso di un grande storyteller

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Che sta succedendo a Clint Eastwood? Attore rocciosamente carismatico, l’uomo s’è rivelato nel tempo anche un regista fine e appassionato, un narratore imprevedibile e profondo, capace di sbullonare i più fessi pregiudizi politici in merito alla sua presunta militanza conservatrice. Ma oggi, a 81 anni, anche un gigante del suo calibro dovrebbe, forse, prendersi una pausa. Invece è pronto a recitare in “Trouble With the Curve” in uscita nel 2013; apre la sua magione hollywoodiana all’occhio indiscreto di E! Network, in pratica partecipa a un reality-show, disponibile a farsi immortalare nell’intimità del focolare domestico come le sorelle Kardashian; soprattutto firma un filmone noioso e sfocato, qualcuno magari dirà “camp”, come “J. Edgar”, dove il doppio nome evoca la figura di Hoover, potente e controverso capo della Fbi per quasi mezzo secolo, dal 1924 al 1972, sotto otto presidenti, partendo da Calvin Coolidge per arrivare a Richard Nixon che lo giubilò. 

Il film è uscito il 4 gennaio nelle nostre sale targato Warner e pare difficile che colpisca al cuore come il precedente ”Hereafter”, baciato da un successo inatteso considerando il tema funereo (quasi 8 milioni di euro in Italia). Dopo Matt Damon ora è Leonardo DiCaprio a consegnarsi nelle mani di Eastwood, con filiale disponibilità, ma l’esperimento riesce così così. Infatti “J. Edgar”, opus n. 35 del cineasta californiano, è passato senza quasi lasciare traccia ai botteghini statunitensi: appena 35 milioni dollari, per un film costato altrettanto. Si dirà: e chi se ne importa, Eastwood è Eastwood, uno story-teller che ringiovanisce con l’età, spiazzando ogni volta il suo pubblico. Vero: ma vedete “J. Edgar” e ne riparliamo.


Pensare che, nell’affrontare il controverso ritratto di quello che viene  ritenuto “Il primo poliziotto d’America”, come recita il titolo italiano del poderoso libro di Curt Gentry edito da Mondadori, il regista di “Million Dollar Baby” s’è affidato a uno sceneggiatore coi fiocchi, quel Dustin Lance Black premiato con l’Oscar per “Milk”, altra biografia delicata. Ma qualcosa non ha funzionato nel blend, anche se incuriosisce la scommessa cinematografica: a torto o a ragione definito "l’uomo più potente d’America” per via dei suoi fascicoli segreti in grado di ricattare chiunque, Hoover incarna le contraddizioni del Grande Paese. Fu patriota e manipolatore, idealista e meschino, preveggente e bugiardo, probabilmente omosessuale tormentato dedito a vestirsi da donna in privato nonostante il sigarone e la grinta da macho esibiti in pubblico.


«Un uomo che resta misterioso, per questo ho voluto farci un film» spiega Eastwood nelle interviste. Apprezzabile proposito, solo che “J. Edgar” non svela (o rivela) granché di nuovo attorno a questo diabolico sbirro dai capelli ondulati che fece dell’anticomunismo il cardine della propria azione, pur ritenendo un bieco opportunista – così almeno suggerisce il film – il famigerato senatore Joseph McCarthy, quello della “caccia alle streghe”. 


«Quando c’è degrado morale e gli uomini onesti non fanno nulla, il Male si diffonde. Non dobbiamo dimenticare la nostra storia, non dobbiamo mai abbassare la guardia» scandisce Hoover nell’incipit del film. Ormai anziano (morì settantasettenne nel 1972), il capo del Federal Bureau of Investigation, forse sentendo arrivare il licenziamento, detta a un sottoposto le sue memorie «perché i giovani devono sapere». Da lì parte il primo flash-back, dentro una struttura di andirivieni temporale che mostra come quel giovane funzionario di estrazione piccolo borghese riuscì in pochi anni a rifondare il Bureau, prima dichiarando guerra ai «bolscevichi» bombaroli, poi ai fuorilegge ritenuti invincibili, intanto cominciando ad accumulare dossier segreti utili per restare a galla a Washington: dai gusti lesbici di Eleanor Roosevelt alle prodezze sessuali di John Kennedy con Marilyn. 


Non che DiCaprio non sia bravo nel coprire l’intero arco d’età, dal 1920 al 1972, incupendo nella versione originale il tono di voce (l’effetto  si perde nel doppiaggio di Francesco Pezzulli), modificando postura e atteggiamenti grazie al pesante make-up fatto di protesi di gomma. Ma è il versante privato dell’uomo Hoover, stretto tra l’amore quasi morboso per la madre castratrice Judi Dench, l’affetto verso la fedele segretaria Naomi Watts e il trasporto omosex verso il collega e vice Arnie Hammer, a fare cilecca sullo schermo. Sarà perché il tono, che si vorrebbe tragico, inclina verso il ridicolo, specie nelle schermaglie con tanto di bacio in bocca tra i due maschietti compagni di cene e di vacanze, i quali, invecchiando nel trucco, finiscono col sembrare un po’ “I ragazzi irresistibili” di Neil Simon. 


Si vede, insomma, che Eastwood è in difficoltà sul piano espressivo nel mettere a fuoco la turbata, contraddittoria, psicologia del personaggio; mentre il film risulta più interessante, ma non coinvolgente, nel rievocare i metodi disinvolti con i quali Hoover edificò il suo impero “Law & Order” – lui che non aveva mai sparato un colpo – senza lasciare nulla al caso. Impronte digitali, tecniche scientifiche avanzate, sistemi di catalogazione, g-men tosti armati di fucili mitragliatori Thompson contro Dilliger: tutto servì ad alimentare il mito Fbi, incluso il cinema. Nel 1931 James Cagney era il gangster amato dalle folle di “Nemico pubblico”, nel 1935 diventò l’agente federale di “La pattuglia dei senza paura”. 

Michele Anselmi

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