Non avere paura del buio. Quando l`oscurità accende il terrore

I segreti di Emerson Blackwood | Dal disegno naturalista al cinema horror

Il disegnatore di fumetti Troy Nixey firma la regia di “Non aver paura del buio”, un film scritto e prodotto da Guillermo del Toro. Se dal background di Nixey assorbe l’atmosfera dark e ambigua (si pensi a “Batman” e a “The Doom that Came to Gotham”), dal regista de “Il labirinto del fauno” – film che nel 2006 ottenne tre premi Oscar – eredita la cifra stilistica e le scenografie, oltre che l’attenzione ai costumi di scena e ai rumori di sottofondo.

L’importanza del dettaglio e del colore è indubbia all’interno di questa pellicola horror: come per tutte le storie più paurose, la trama non è che un tessuto utile a disegnare i ritratti dei personaggi e dar sfogo all’eco delle loro voci terrorizzate, a quell’inquietudine profonda che impera nell’animo umano soprattutto nel periodo dell’infanzia. È proprio questo momento della vita il vero oggetto d’indagine degli autori e scopriamo subito che per la piccola Sally se ne prospetta una molto complessa. Come lei stessa spiega nelle scene iniziali, viene “lasciata da sua madre a suo padre” giungendo nell’antica dimora di Blackwood, illustratore naturalista scomparso nell’Ottocento in condizioni misteriose. Accecato dall’ambizione lavorativa, suo padre Alex (Guy Pearce) ha rimesso a nuovo quest’antica casa vittoriana grazie al sostegno della sua nuova compagna Kim (Katie Holmes), un’arredatrice di interni che si è occupata della ristrutturazione e che non ama fermarsi alla superficie delle cose.

La nuova casa della coppia si trasforma in una prigione da incubo quando Sally si avventura oltre quanto concesso dal signor Harris (Jack Thompson), vecchio guardiano che conserva i segreti di quella terra. La bambina libera involontariamente delle creature maligne che si nutrono di denti e lasciano in cambio una moneta d’argento. Spesso le storie tradizionali parlano di malvagi che restituiscono i bambini in qualche modo “menomati” o comunque modificati, di entità appartenenti a regni irreali che non temono nulla ad esclusione della luce: a questo immaginario collettivo, così come al ricordo concreto dei giochi spaventosi fatti con i fratelli, fa riferimento Guillermo del Toro nel trasferire sul grande schermo una vicenda che già ispirò l’originale telefilm “Don’t be afraid of the dark” (1973). Quelle immagini sconvolsero la sua generazione al punto che, una volta trasferitosi dal Messico negli Stati Uniti, Del Toro assecondò la sua stessa ossessione acquisendo i diritti dei materiali originali prima di dedicarsi ad una più matura e personale elaborazione, in collaborazione con Matthew Robbins.

Se nel lavoro originale Sally appariva come una donna sottomessa in linea con i canoni della pre-emancipazione femminile, in questo film viene trasferito sul personaggio di Kim il ruolo di figura amorevole e docile per lasciare a Sally quello di personalità tormentata: la modifica è studiata a perfezione, così che il “passaggio di testimone” del ruolo di vittima avviene naturalmente dall’una all’altra senza disturbare la visione e si conferma una mossa prevedibile ma non banale. È vero che i passaggi narrativi scontati sono molteplici, ma la partecipazione al dramma dei personaggi si manifesta al punto da far saltare lo spettatore anche quando sa benissimo cosa aspettarsi dall’immagine davanti a sé. Non sarà che c’è qualcosa di più? Una forza latente spinge all’analisi indiscreta sulle differenze e sulla funzione della famiglia. Sorge spontaneo domandarsi come sarà accolto il film dal pubblico italiano e se qualcuno sentirà rimbombare nella mente l’inquietante “Ti voglio bene” ripetuto con ritmo alienante dall’orso di peluche con cui Kim accoglie Sally nella speranza di farsi accettare.

Ilaria Abate

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