L`industriale, la crisi di Giuliano Montaldo

Un film sull`Italia di oggi | Da venerdì nelle sale

In tempi in cui l’Italia fa fatica ad evitare il default, la crisi dei debiti sovrani si sta trasformando in crisi dell`euro e persino le banche non si fidano più le une delle altre, arriva nelle sale italiane L’industriale di Giuliano Montaldo. Da un soggetto scritto con la moglie Vera Pescarolo e sceneggiato insieme ad Andrea Purgatori, la pellicola, presentata Fuori Concorso al sesto Festival Internazionale del Film di Roma, è uscita al cinema il 13 gennaio. Noto principalmente per una "trilogia" sui mali del potere, che comprende Gott mit Uns, Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno, Montaldo, classe 1930, torna quindi al cinema sociale, o almeno ci prova, per raccontare, sullo sfondo della crisi finanziaria globale, le traversie personali ed economiche di Nicola, proprietario di una fabbrica eredita dal padre. Sull’orlo del fallimento e maltrattato da banche, speculatori e finanziarie senza scrupoli, il giovane imprenditore, orgoglioso e testardo, non si arrende ed escogita un “simpatico stratagemma all’italiana”, per cercare di risolvere i suoi problemi finanziari con inevitabili ripercussioni  sulla sua vita privata.

Interpretato da Pierfrancesco Favino, in stato di grazia, insieme a Carolina Crescentini, nei panni un pò stretti di Laura, la moglie, la storia si svolge nella citta simbolo del capitalismo italiano, una Torino plumbea e anonima tra fabbriche abbandonate e manifestazioni operaie che tanto fanno scena. Perché l’ultima fatica di Montaldo non è proprio un film sulla crisi. Anche se non si risparmiano attacchi al capitalismo americano, al sistema perverso di connivenze e scambio di favori che ancora sopravvive in Italia e allo strapotere  delle banche “che scalano giornali, comprano squadre di calcio ma l`unica cosa che non fanno è aiutare la gente che lavora", la trama cede troppo presto il passo all’ennesima storia di tradimenti e crisi matrimoniali di stampo borghese dove si smarriscono gli stessi personaggi.

Ma il film poteva essere ancora salvabile se non si fosse appoggiato goffamente su stereotipi imbarazzanti come, per citarne qualcuno, la suocera cinica e ricca a cui basterebbe poco per salvare la situazione, l’imprenditore che si preoccupa della sorte dei lavoratori, Marchionne ringrazia, e il rumeno povero ma buono che finirà per essere la vittima sacrificale di un sistema  impazzito. Eppure l’intenzione del regista sembrava proprio quella di raccontare un’Italia alle prese con una crisi economica che sta travolgendo tutti, come dichiara lo stesso Montaldo in conferenza stampa di presentazione del film. “Leggiamo sempre di soldi bruciati, ma non ci viene mai detto il nome del piromane. Quello che mi auguro – ha aggiunto Montaldo – è che questo mio lavoro serva, soprattutto, a fare riflettere gli spettatori e coloro che sono al governo. Se questo succede il film ha vinto, vuol dire che se ne parla, che è un film che rimane”.

Peccato, un’ occasione mancata per un regista che ammette di non essersi ancora ripreso dal flop di Tempo di uccidere, “volevo girarlo in Etiopia, ma ho finito per girarlo in Zimbabwe. Dopo mi è morta la voglia di fare film e non sono tornato più su un set per diciotto anni, finché mia moglie non mi ha obbligato a ricominciare”.

Monica Straniero

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