Benvenuti al Nord, anche se il Sud faceva più ridere

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

C’è solo una scena memorabile in “Benvenuti al Nord”, uscito mercoledì in 800 copie nella speranza di replicare i 30 milioni di euro incassati a fine 2012 da “Benvenuti al Sud”. È un duetto spassoso, quasi surreale, tra gli anziani Erminia e Scapece, ovvero la meneghina Angela Finocchiaro e il cilentano Salvatore Misticone: parlando di calcoli renali si intendono benissimo, pur esprimendosi nei rispettivi dialetti a un passo dall’incomprensibile. Alla faccia dei pregiudizi e degli stereotipi, stanno facendo la loro personale Unità d’Italia. 

Per il resto, purtroppo, il nuovo film non è una riuscita. Partirà a razzo, perché l’attesa è tanta, Medusa ci punta molto, la serialità rassicura e il cine-panettone ha stufato. Tuttavia dal regista Luca Miniero era lecito attendersi uno sguardo più fresco e spiritoso nel rovesciare la prospettiva del primo episodio trasportando l’azione da Castellabate a Milano. Magari era meglio conservare lo sceneggiatore partenopeo Massimo Gaudioso invece di sostituirlo col bolognese Fabio Bonifacci, uno che serenamente riconosce: «I pregiudizi sul Nord esistono, ma sono meno radicati di quelli sul Sud, di sicuro meno divertenti». 


Il problema di “Benvenuti al Nord”, una volta archiviato il meccanismo comico a orologeria dell’originale francese di Dany Boon, sta proprio qui: si ride solo quando il Sud si riprende la scena. Sarà perché i meridionali sanno sorridere di sé, anche quando fingono di prendersi sul serio. I settentrionali no: sembrano seri anche quando fingono di canzonarsi. «Quelle sul sud sono fesserie, quelle sul nord sono verità» sentenzia infatti la signora Volpe, tirannica mamma del postino Mattia, temporaneamente finito all’ombra della Madonnina presso l’ufficio postale diretto da  Alberto. Se il lombardo era sceso a Castellabate con tanto di giubbetto anti-proiettile, il campano fatica a indossare quello anti-nebbia preparato dagli amici. Lui vorrebbe “vivere” Milano con animo sgombro da pregiudizi, invece i luoghi comuni su un certo Nord pragmatico e frenetico trovano conferma l’uno dopo l’altro.

D’accordo, spunta il leghista Teco Celio che sfotte i terroni rilanciando le beceraggini di Radio Padania; Paolo Rossi gioca a tratteggiare un fesso manager delle Poste che fa il verso a Marchionne nel piglio e nel pullover; le “rondinelle” con basco e divisa, sostenitrici della castrazione chimica, alludono alle ronde di quartiere contro i “negher”. Ma è satira inoffensiva, come le gag sul sushi e il sashimi, l’happy hour, il cane mastino napoletano con la maglietta interista, la riappacificazione finale tra gli alpini polentoni mentre cade magica la neve. Per la serie: «È bello pure ‘o Nord».

Non che lo spunto drammaturgico sia molto più originale: mollati dalle rispettive consorti, Alberto e Mattia, ovvero Claudio Bisio e Alessandro Siani, provano a godersi la libertà con esisti disastrosi. Specie per il milanese, che rispolvera il “Corsaro” Morini 125 e il “chiodo” giovanile illudendosi di rimorchiare sbarbine in quantità, salvo poi accorgersi di desiderare ancora la moglie salutista (sempre Angela Finocchiaro).

Nel sottofinale un po’ a spina di pesce, con citazione d’obbligo da “Totò, Peppino e la… malafemmina”, arrivano da Castellabate la moglie Valentina Lodovini, i buffi colleghi Giacomo Rizzo e Nando Paone, la mamma Nunzia Schiano, il ruspante Salvatore Misticone. Vestiti da inverno, scendono dal treno trascinandosi dietro una gigantesca moka; e naturalmente la Milano ordinata e sorridente che solcano, dove tutti portano il casco, le donne guidano i taxi e la gente è cordiale, sembrerà loro una “sceneggiata” organizzata da Mattia per smentire i noti luoghi comuni  sulla freddezza nordica. Invece è tutto vero. Quando “La bella Gigogin” incontra “Funiculì Funiculà”.                     
 
Michele Anselmi
 

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