Occupy Hollywood

Se il cinema non dovesse ripenesare se stesso? | Versione integrale dell`articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi

Se Roma piange, Hollywood non ride. Sono appena usciti i dati del box office in Italia e in USA. Il 2011 appare come un annus horribilis, ma si paventa che il 2012 possa essere ancora più funesto. Da noi il secondo weekend di gennaio è stato davvero allarmante: meno 45% rispetto all’anno precedente. E la catastrofe cade a ridosso del noto flop del cinepanettone (un milione di spettatori in meno), un tempo orgoglio dell’industria cinematografica nostrana. Non sono bastati gli exploit di alcune commedie e di qualche pellicola giovanilistica per arginare la falla. Ora si aspetta il risultato delle nuove pellicole in uscita, ma una rondine non fa primavera e sono in pochi a credere che la stagione possa concludersi con un segno più rispetto allo scorso anno, che giù chiuse con una settantina di milioni di euro in meno rispetto al 2010.

La realtà è che negli ultimi tre anni sono mancati all’appello un quarto degli incassi, nonostante l’irripetibile successo di Avatar e di alcune commedie italiane. Abbastanza simile alla nostra appare la situazione americana. Anche lì il 2011, come ha scritto il New York Times, è stato un anno di “disappointment”. A fine anno il calo sommava a cinquecento milioni di dollari. E ciò nonostante l’aumento del costo dei biglietti. A Los Angeles i capi degli studios si chiedono perché. Cosa c’è che non va? In effetti cinquecento milioni di dollari equivalgono a un calo del 4,5%. Non una gran somma, se comparata alla crisi dell’industria in generale. Ma sono i trend che tengono svegli i boss di Hollywood, tutta gente tra i trenta e i quarant’anni, in media con lo staff del Presidente Obama. Da noi l’età media dei capi dell’industria cinematografica è ben oltre i cinquant’anni. I trend dicono che il pubblico, specie quello giovanile, che rappresenta la fetta più importante del mercato, è stanco di vedere quasi sempre lo stesso film e, quel che è peggio, comincia a frequentare altri territori, da internet ai videogiochi.

Il 3D, dopo il fenomeno di Avatar, non ha più offerto meraviglie. Nonostante negli ultimi dodici mesi siamo stati prodotti ben quaranta pellicole tridimensionali, con una crescita del 25%, nessuna ha davvero fatto la differenza. Da Natale a oggi l’orizzonte delle attese sembra ancora più fosco. E’ andato bene il nuovo Mission Impossible, che ha ridato vita a un attore che sembrava caduto in agonia, Tom Cruise. Ma non è partito come si aspettava il secondo Sherlock Holmes della Warner. Inoltre il nuovo Spielberg di War Horse e il nuovo Scorsese di Hugo non sembrano promettere benissimo. In America i soli veri successi dell’anno sono stati l’ultimo Harry Potter, con trecentottantuno milioni di dollari, e la saga di Twilight, con trecentocinquantadue. La fine della saga di Harry Potter sancisce il primato del suo giovane produttore, David Heymann, che diventa così il produttore che ha incassato di più in tutta la storia del cinema. Ma David è inglese, il che lascia i tycoons di Hollywood con la bocca amara. Sono soprattutto i nuovi scenari che possono tarpare le ali al cinema. Un po’ come accade per la televisione generalista. In tutto il mondo la tv alla quale siamo abituati è in crisi irreversibile: gli spettatori fuggono verso nuovi lidi. Basti pensare che in Italia nell’ultimo decennio le sei reti generaliste, Rai e Mediaset, hanno lasciato sul terreno il 20% di audience. In Usa, ABC, CBS e NBC, ancora di più. Ora il cinema teme che la stessa diaspora possa attaccare il grande schermo. Dove fuggono tutti questi milioni di spettatori? La risposta è semplice: fuggono dalla pubblicità, dalla ripetitività, dal conformismo. E approdano alle tv a pagamento, dove crescono qualità e originalità, proprio perché si pagano. Rispetto al cinema, lo scenario è più inquietante, perché la fuga non è tanto dello spettatore di età media, ma della popolazione giovanile. Di che stupirsi? In tempi in cui i genitori hanno meno soldi, i figli ne hanno meno ancora. E allora cercano di divertirsi stando a casa.

Ma nelle abitazioni americane, come anche da noi, nessun ragazzo è davvero solo. Ha in camera sua i più grandi contenitori di spettacolo che ci siano al mondo: il computer, la playstation, l’universo internet. Basti pensare che un videogioco come Modern Warfare 3 in due sole settimane ha incassato un miliardo di dollari. Addirittura più di Avatar. E che dire dei video messi su You Tube, dove vengono alla ribalta i nuovi talenti? Prendiamo il caso di Fred Figglehorn, il personaggio creato da un ragazzino del Nebraska che è diventato una star di internet, con i suoi video esilaranti. Lì interpreta un moccioso di 6 anni con una madre menefreghista. Imitando la voce querela del moccioso e prendendo in giro la madre e il mondo degli adulti, Fred è diventato più famoso di Leonardo di Caprio. Provate a cliccare su You Tube e vedrete quanti milioni di contatti lo seguono in ogni ora del giorno e della notte. Quando ho provato io erano oltre cinquantacinque milioni! Come potrà attrezzarsi il cinema per combattere questi nuovi competitor? Per ora nessuno lo sa.  La faccenda più grave è che tutto ciò è gratis. Non è un caso che le armate di Hollywood siano proprio in questi giorni all’attacco di internet, con la scusa di violare i diritti d’autore. Obama per ora sembra stare a guardare, timoroso di perdere il sostegno dei registi e degli artisti progressisti, quasi tutti schierati pro diritto d’autore. I repubblicani, che in vista delle imminenti elezioni presidenziali sono pronti a tutto, vogliono far passare nuove leggi fortemente restrittive. Ma non saranno i bavagli a chiudere la partita.

Forse è il caso che il cinema cominci a ripensare se stesso, a nuove forme di produzione, di creatività e di fruizione. Temo che qui in Italia il campanello d’allarme suoni a vuoto, vista la scarsa considerazione per la cultura di massa di tutta una classe politica. All’innovazione qui si preferisce il letargo.

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