La talpa. Ritorno di fiamma per gli Spy Movie

Gli elementi di uno Spy Movie | Ipotesi e riflessioni tra passato, presente e futuro

È arrivato nelle nostre sale venerdì 13 gennaio dopo gli ottimi responsi ottenuti a Venezia nella 61ª edizione della Mostra Internazionale, ma sta già diventando qualcosa di più che un film. L’oggetto in questione si intitola “La Talpa” (Tinker Tailor Soldier Spy) ed l’ultimo lavoro del regista svedese Tomas Alfredson, oltre che il suo esordio in inglese. La pellicola trae ispirazione dall’omonimo classico della narrativa di spionaggio scritto da John le Carré nel 1974 e, nell’ambito del settore audiovisivo, ha come ingombrante predecessore una serie televisiva della BBC con Alec Guinness come protagonista.

Fin qui tutto nella norma, ma qualcosa di diverso si prospetta all’orizzonte. Oltre a trovarci di fronte all’unanimità dei giudizi positivi nel ramo degli specialisti, ci sentiamo in qualche modo “chiamati alla riflessione” dalla stessa rappresentazione per una serie di ragioni consapevoli e inconsce. Il livello di analisi più superficiale prende il via dai giudizi autorevoli a riguardo: la stampa ha recensito il film in modo straordinario, in particolare la critica italiana gli ha attribuito il merito di risvegliare qualcosa di sopito ormai da un po’, riferendosi all’atteggiamento attivo dello spettatore nei confronti della visione. Questo spy movie sembrerebbe in grado di “resuscitare un fenomeno del tutto sconosciuto a intere generazioni di spettatori multiplex: l’accesa discussione all’uscita del cinema”. Gli intrecci e le ambientazioni londinesi favoriscono l’immedesimazione non soltanto nella prospettiva del filone diegetico (la storia si svolge sullo sfondo della Guerra Fredda), ma perché risultano capaci di aprire un varco invisibile tra la sala e lo schermo.

Sono le immagini stesse a suggerire che si può far parte di un “complotto”, un disegno oscuro più grande di noi, indipendentemente dal proprio lavoro e dalla propria identità. Se facciamo un passo indietro, scopriamo che il fattore autobiografico tout court interviene già a priori nell’evoluzione del film ed è racchiuso nel rapporto tra John Le Carrè e il suo materiale creativo. Prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, infatti, quest’ultimo lavorava realmente come dipendente della MI6 (nome con il quale è reso noto il “Secret Intelligence Service”)  e ha visto interrompersi la sua carriera proprio a causa di un agente doppiogiochista al soldo del KGB. Ma cosa si nasconde dietro il realismo stilistico di un lavoro incentrato sulla recitazione di attori quali Gary Oldman o Tom Hardy? Far crescere la partecipazione emotiva attraverso l’ansia “ammortizza” di certo l’uso di un ritmo narrativo lento – “accusa” mossa da alcuni nei confronti del film – mentre la compresenza di differenti piani narrativi alternati viene assorbita dalla forza della suspance. Più che ripristinare la letterarietà, infatti, il fenomeno “spy-movie” sembra quasi che pretenda di rappresentare nel concreto – con un valido impianto scenografico – un modo sconosciuto inafferrabile, alludendo all’esistenza di una potenza incombente oltre che ad una dimensione “altra” e inesplorata. Il mistero legato all’ignoto contribuisce perciò ad amplificare i parallelismi inconsci con l’attuale situazione socio politica (si pensi al quadro generale europeo e all’affermarsi della potenza della Cina).

Una delle concause relative alla riscoperta del genere potrebbe essere, inoltre, la possibilità che le più complesse situazioni vengano affrontate dalle persone più comuni. Nel film di Alfredson, infatti, l’agente segreto Smiley è interpretato da un eroe “basso-mimetico” con pancetta e occhiali di tartaruga, uno straordinario Gary Oldman che ha tutto del personaggio familiare e niente dell’agente 007. Non a caso la macrodistinzione rintracciabile nella categoria degli spy film contrapporsi da un lato quei prodotti generati da una storia di spionaggio di derivazione realistica – come nel caso delle storie di Alfredson –  dall’altro quelli ispirati a lavori di fantasia. Il protagonista de “La talpa” è appunto una persona concretamente tangibile, ma al contempo caratterizzata da sfumature caratteriali utili ad assecondare la missione che viene chiamato a compiere: il suo “difetto fatale” risulta perfettamente complementare con le dinamiche di riscatto e affermazione implicite nella logica del film.

Coerenza stilistica e narrativa combaciano ancora una volta: il fatto che il nostro eroe si prenda tanto tempo per pensare prima di agire ha il duplice scopo di guidarci nella dimensione specifica del film (dialoghi serrati e passaggi fondamentali rischiano di sovraffollare la memoria) e di trasformare in “armi” la calma e la strategia mentale (un messaggio forte e chiaro sul piano simbolico). Se Oldman ha confessato di aver combattuto con il fantasma del suo predecessore nella miniserie andata in onda nel 1979, Colin Firth ha dichiarato che l’interesse verso questa interpretazione va ben oltre l’appartenenza al genere, avvalorando l’ipotesi che un film sulle spie non sia altro che il pretesto per indagare sugli esseri umani e sui comportamenti “normali” che essi assumono in circostanze straordinarie: non è forse questo un ritorno alla “classicità” nel cui il film si insinua? Un periodo buio, la paranoia, il sospetto: sono questi tutti elementi centrali all’epoca contemporanea ma soprattutto a quel “British cinema” nel quale impera come maestro indiscusso Alfred Hitchcock nello specifico del suo momento produttivo più famoso, quello segnato dal decennio Trenta con la realizzazione degli spy film con influenza thriller (si pensi per esempio a “The Man Who Knew Too Much” del 1934). 

Ilaria Abate
 

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