Battaglia globale: FBI vs. Internet

Web e diritto d`autore | Pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi

Credevate che le guerre in corso fossero solo in Afghanistan e in Irak? C’è una guerra ancora più estesa che coinvolge tutti noi. E’ quella in atto contro la pirateria, in difesa del diritto d’autore. La Francia, da buon erede dell’Illuminismo, ha provato a vincerla con una legge basata sulla ragione, fortemente voluta da Sarkozy, la Hadopi. Sei recidivo nello scaricare contenuti protetti dal copyright? Ti staccano la connessione a Internet. Gli americani, discendenti dei cow boys, all’Illuminismo credono poco. Preferiscono gli sceriffi con tanto di pistola. Così hanno messo in campo l’FBI. Ha fatto il giro del mondo la fotografia dell’arresto di Kim Schmitz, il 37enne capo di Magaupload, il sito di condivisione di file più grande al mondo. L’uomo si fa chiamare Kim Dotcom. E’ diventato miliardario grazie alla pirateria sul web. Secondo l’ FBI ha causato danni per oltre mezzo miliardo di dollari. Ha fatto perdere 373mila posti di lavoro e ha occupato il 25% della banda larga, sottraendo spazio agli altri utenti. Due settimane fa ero in America e a un produttore hollywoodiano ho chiesto della loro crociata contro i pirati. Aspetta e vedrai, mi ha risposto. Già sapeva che l’FBI si preparava a lanciare i primi missili. La notizia dell’arresto di Schmitz, avvenuta in Nuova Zelanda, le immagini delle sue Cadillac e delle sue ville faraoniche hanno distolto l’attenzione da un minimo di ragionamento: è legale tutto ciò? Non ci troviamo di fronte a un’operazione illegittima sul piano del diritto sostanziale, anche se finalizzata a contrastare attività che legittime non sono? Certo il territorio senza confini di internet elude i codici delle sovranità nazionali. Ma l’FBI, forse non tutti lo sanno, non può promuovere attività fuori dal territorio americano. Per questo c’è la CIA. Il Bureau più importante al mondo in questo caso ha agito per interposta persona. Ha atteso la sentenza di un giudice della Virginia per violazione del copyright e ha sollecitato un mandato internazionale di arresto per il famigerato Dotcom. All’apparenza tutto legittimo, se non fosse che schierare l’FBI per colpire la pirateria fa pensare a un punto di non ritorno. Sulla capacità di fuoco del Bureau e sulle devianze istituite dal suo fondatore J. Edgar Hoover ha scritto di recente un lucidissimo articolo Furio Colombo su queste pagine. A proposito del film di Clint Eastwood. Dei metodi FBI io ne sono qualcosa, essendo stato arrestato del tutto illegalmente dagli uomini di Hoover quando il1° maggio del 1970 a Washington ero tra gli organizzatori della marcia contro Nixon. Tanto illegalmente che una volta portato in giudizio l’FBI sono stato risarcito dallo stesso governo americano. Ecco perché mi spaventa l’idea che siano loro a occuparsi di questa delicatissima materia. E’ un problema che coinvolge tutti noi e in primis centinaia di milioni di giovani. Che poi dietro a tutto ciò si celi chi specula e si arricchisce, vedi l’opulento Schmitz, è un altro discorso. Una insegnante di liceo mi spiega che tutti i suoi studenti scaricano senza porsi il problema di chi possono danneggiare. Manco sanno che quando attingono al web rischiano di impadronirsi di qualcosa che è di altri. Lo trovano sul web, dunque è libero, che volete da noi? Da una parte c’è la tutela del diritto d’autore, dall’altra un eguale diritto di chi trova una porta aperta e non vede perché non dovrebbe entrare. Quando in Svezia nel 2009 hanno condannato i ragazzi fondatori di Pirate Bay, il sito pioniere del file sharing, il mondo Internet insorse in loro favore. Tant’è che quando il mese dopo i pirati si presentano alle elezioni europee conquistano un mare di voti entrando trionfalmente in parlamento. Ora però il conflitto si è spostato a Hollywood. Lì se ne fregano dei nostri ragionamenti, nonché delle nostre pretese libertarie. Quelli guardano ai numeri e il danno del downloading è davvero impressionante. Ancor prima di Creative Commons, la non profit che media tra copyright e libero accesso, Steve Jobs aveva capito in anticipo che occorreva dare una risposta. Prima ha arginato la pirateria musicale caricando sull’Ipod musica a prezzi ragionevoli. Poi, con i profitti dell’Ipod si è comprato la quota di maggioranza della Disney, il più grande produttore cinematografico del mondo. Purtroppo non ha fatto in tempo a convincere gli studios a seguirlo. Steve non c’è più, ma il suo miraggio resta. Esiste un solo modo per contrastare il downloading. Che non è sinonimo di pirateria. Occorre convincere l’universo internettiano che nessuna comunità può prosperare senza regole. Ma occorre anche offrire un’alternativa. Al momento la sola è quella proposta dal fondatore della Apple: collocare sul web contenuti tecnicamente più validi e più ricchi di quanto non facciano i pirati. A Hollywood non sono sprovveduti. Sanno benissimo che un film messo in rete anche solo al costo di mezzo dollaro può rendere un fiume di denaro. Infatti la loro offensiva a questo mira. Dare un segnale forte con l’intervento dell’FBI e al tempo stesso prepararsi a un nuovo tipo di mercato. Non chiedetemi cosa si sta facendo in Italia. Nulla. Siamo ormai una provincia dell’impero mediatico. E’ una verità amara, ma saranno altri a decidere per noi.  

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