Un`attrice di ferro per un biopic di carta. The Iron Lady

Un altro biopic sfocato | Con una magnifica Meryl Streep

The Iron Lady di Phyllida Lloyd soffre dello stesso problema di J. Edgar. Un biopic con così tanto materiale non può che essere riduttivo, frettoloso, necessariamente insoddisfacente. Specie se lo spettatore è alla ricerca della Storia. Riemergendo dal buio della sala si ha la netta sensazione di essere stati un po` bidonati. La performance a cinque stelle di Meryl Streep (così come quella di Leonardo Di Caprio) resta scolpita nelle pupille, ma paradossalmente chiede disperatamente una storia a cui aggrapparsi.

Sarà anche vero che l`intento della sceneggiatrice Abi Morgan e della regista era quello di restituire una dimensione intimista ed "umana" alla signora Thatcher, spogliando il film della visione politica, ma trattandosi di una donna profondamente politica, anzi, irrimediabilmente compromessa con la politica, l`intento è quantomeno incomprensibile. La storia di una delle figure più controverse e discusse della politica britannica, capace di imporsi in un mondo maschile ostile e diventare nel 1979 la prima e finora unica donna eletta premier della Gran Bretagna, carica che ricoprirà fino al 1990, passa dalle bombe dell`IRA agli scioperi dei minatori, dalla guerra nelle Falklands alla disoccupazione interna, dall’aumento della tassazione indiretta alla lotta contro lo strapotere dei sindacati e chi più ne ha più ne metta. Dovunque si apra una finestra sulla sua vita si troverebbero altri venti film.

Invece, la regista decide di raccontare, attraverso una serie di flashback,  la parabola "umana" del potere di una donna consapevole del proprio destino che si ritrova in età avanzata a fare i conti con ciò che è diventata, ciò che ha perso e ciò che ha fatto. Ma umanizzare la Thatcher è impegno gravoso. Per molti la "Lady di Ferro", soprannome che le venne affibbiato dalla stampa sovietica allo scopo di stigmatizzare il suo “anticommunisme”, è l’emblema delle politiche ultraliberiste intraprese contro il consenso dell’opinione pubblica del proprio paese e dell’Europa e in assoluto spregio per le categorie meno abbienti.

E quindi entrare in empatia con il personaggio è quasi impossibile, anche quando, nel fervore delle sue convinzioni, si mostra sinceramente turbata perché costretta a prendere decisioni dolorose e impopolari ma necessarie per traghettare la Gran Bretagna oltre la crisi economica. Difficile non notare similitudini con quanto sta accadendo adesso in Italia. Mario Monti come la Thachter? ha intitolato non molto tempo fa l’autorevole giornale britannico l’Economist per celebrare il pacchetto di riforme strutturali approvato dal governo italiano. A maggior ragione una figura così potente e con un’eredità così ambigua meritava di certo ben più di un indugiare melenso e insistito sulla figura contemporanea, ormai debilitata dalle ischemie, che si aggira tra le stanze di casa in vestaglia mentre parla con il fantasma del defunto marito Dennis (un eccellente Jim Broadbent). Un escamotage interessante ma troppo pregnante. E` assurdo e doloroso aver assistito allo spreco di una così grande avventura avendo dentro solo il ritratto di una vecchina di 86 anni la cui vita lontana dalla politica sembra non avere più alcun senso, seppur magnificata dalla mimica inarrivabile di Meryl Streep.

Monica Straniero 
 

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