Tre uomini e una pecora. Fiori d`arancio e scontri di classe

Le fatiche del matrimonio prima del "sì" | Vai a fidarti degli amici…

Matrimonio vs. Civiltà. Come già dieci anni fa ne “Il mio grosso grasso matrimonio greco” di Joel Zwick si presentava un modello di società capitalista e il regno genuino di una famiglia molto allargata, nel nuovo film di Stephan Elliott lo scontro tra due mondi si manifesta nell’amore incondizionato che sboccia tra un giovane orfano londinese e una bella australiana fino al punto da condurli all’altare in tempi immediati. In quale mondo il testimone dello sposo conquista il cuore degli invitati a nozze grazie a un discorso razzista sulle terre degli aborigeni? Accade proprio in “Tre uomini e una pecora”, dove la risata e il pianto si alternano vorticosamente provocando entusiasmo o disturbo con la stessa intensità, a seconda della natura del destinatario. In questa commedia tragicomica dove il matrimonio si rivela un incubo ancor prima della pronuncia del “sì”, le Blue Mountains fanno da sfondo ad un’insolita riflessione sul gusto della vita e su quello della morte.

Il dolce e l’amaro, d’altra parte, rappresentano un baricentro già chiaro all`interno di una più vasta opera produttiva dello sceneggiatore Dean Craig: nel 2010, infatti, quest’ultimo ha preso parte alla stesura di “Il funerale è servito” – film del quale è anche produttore esecutivo –, un remake della versione originale di "Funeral Party" di Frank Oz. E non finisce qui: c’è un altro punto essenziale che accomuna questo film del 2007 a “Tre uomini e una pecora”, in uscita nelle sale italiane in data 10 febbraio 2012. Si tratta di Kris Marshall, uno degli attori inglesi più conosciuti, che interpretava il ruolo di Troy nel film di Oz: ha qui la funzione cardine di amico (e sostituto fratello maggiore) di uno sposo puerile con il volto di Xavier Samuel, l’attore reso celebre con il terzo episodio della saga di Twilight". Marshall sembra prestarsi egregiamente allo stile di Elliott anche per questa seconda collaborazione con il regista, che molto probabilmente l’ha scelto proprio per replicare il successo riscontrato nell’adattamento per il grande schermo di “Un matrimonio all’inglese” di Noel Coward.

Gli altri elementi del quartetto da strapazzo non sembrano avere un curriculum meno rispettabile, se si considera che lo sbadato Graham (Kevin Bishop) si è formato nel segno di un’apprezzata carriera teatrale britannica e il disperatissimo Luke (Tim Draxal) ha già ricevuto molteplici riconoscimenti in patria sia in ambito cinematografico che negli spettacoli musical. Il ruolo di primo piano per questo genere di intrattenimento, però, resta sempre racchiuso nella personalità di Olivia Newton-John. Con un’esperienza da superstar ormai quarantennale, il suo fascino senza tempo continua ad avvolgerla con un’aura ancor più intensa a partire dal 2006, quando l’attrice ha ricevuto il Premio alla Carriera – durante il G’Day L.A. Ball – per mano dell’amico John Travolta al cui nome si intreccia il suo destino fin dai tempi di “Grease” (1978) e di “Due come noi” (1983).

Il personaggio della Newton-John è quello dell’eccentrica Barbara, moglie trascurata nonché “madre della sposa” decisamente sui generis, una figura che trasferisce sullo schermo la dichiarata ossessione del regista per quelle signore di mezza età che esultano a ritmo di YMCA durante i festeggiamenti. Nonostante tutto, una pecora sembra essere la vera protagonista indiscussa di questi rocamboleschi preparativi: a lei si deve il successo elettorale del padre di Mia (Jonathan Biggins) e su di lei è quindi concentrata l’attenzione di tutti durante il ricevimento. Scadendo talvolta nello squallore, il film riesce tuttavia a non mostrarsi banale se visto nell’ottica di un rovesciamento improvviso del classico cliché ricchi contro poveri: l’amore trionfa in pieno benessere coerentemente a come era nato, perché il lusso e l’agiatezza sono fattori più legati al caso che all’affetto familiare. C’è da dire, infatti, che dietro la macchina da presa, Elliott ha messo insieme una troupe straordinaria, tra cui spicca la costumista Lizzy Gardinier (vincitrice del Premio Oscar per il suo precedente “Priscilla, la regina del deserto”), lo scenografo George Liddle (“Dark city”, Willfull”) e il direttore della fotografia Steve Windon ACS (“The Pacific”, “The Fast & The Furious: Tokyo Drift”). 

Ilaria Abate

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