Albert Nobbs. L`incredibile travestimento di un`attrice che punta all`Oscar

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Magari vincerà l’Oscar, perché ai giurati dell’Academy queste performance “en travesti” piacciono sempre, ma Glenn Close in “Albert Nobbs”, da domani nelle sale, non è affatto così prodigiosa, straordinaria, strepitosa eccetera. Lo saprete. Nel film, da lei co-sceneggiato e prodotto, l’attrice americana  64enne  si maschera da irreprensibile cameriere d’albergo nella triste e bigotta Irlanda di fine Ottocento perché altrimenti non saprebbe come vivere. Oltraggiata dagli eventi familiari, costretta a fingersi uomo dall’età di 14 anni, ormai spossessata della propria identità sessuale.

Il problema è che non ci credi mai. Appena la vedi, doppiata da Ludovica Modugno che arrochisce la voce, non pensi al personaggio tragico, ma alla star hollywoodiana impegnata nella prova di una vita. A teatro, dove si esibì trent’anni fa nello stesso ruolo, era diverso: la distanza aiuta, non ci sono primi piani, vince la forza del testo. Al cinema lo spettatore dovrebbe dimenticare la moglie infelice del “Grande freddo”, la dama bianca del “Migliore” o la pazza molestatrice di “Attrazione fatale”, per farsi coinvolgere nella storia, tra l’altro piuttosto fosca e crudele, per nulla consolatoria. 

D’accordo: in tante si sono camuffate da uomo sullo schermo, da Julie Andrews in “Victor/Victoria” a Gwyneth Paltrow in “Shakespeare in Love” passando per Barbra Streisand in “Yentl”, ma appunto il tono era diverso, da commedia anche scanzonata, sia pure con retrogusto amarognolo. 

Con l’occhio alla magica statuetta, Glenn Close si immerge fino all’osso negli abiti di questo omino gentile con bombetta magrittiana che serve aristocratici viziosi o damazze petulanti nel decaduto Morrison’s Hotel di Dublino. Mummificata nei gesti, sempre disponibile, perfetta nel servire o nell’attendere la campanella seduta a metà scala. Solo che ce ne vuole a prenderla per un uomo, benché il make-up, l’età e i ritocchi estetici la rendano una via di mezzo tra Spencer Tracy e Kirk Douglas. Qualcuno evocherà di sicuro il maggiordomo Stevens di Anthony Hopkins in “Quel che resta del giorno”. Albert Nobbs non è così complesso, impenetrabile, bloccato, lambito da indicibili frustrazioni. Gli (le) interessa solo non destare sospetti, e intanto, penny dopo penny, conta i mesi che mancano per mettere insieme la cifra necessaria a coronare il sogno di una vita: aprire una tabaccheria e riprendersi, forse, l’avvizzita identità femminile. 

Il racconto lungo di George Moore (1852-1933), inserito nel volume “Morrison’s Hotel, Dublino” edito da Tranchida, in effetti «è giocato su un doppio travestimento così a lungo vissuto da svuotare l’identità di chi lo ha portato», come annota la critica Camilla Valletti. L’onesto film di Rodrigo García, figlio di Gabriel García Márquez, in buona misura restituisce lo spirito e gli accadimenti della pagina scritta; dovendo tuttavia mostrare, per ovvie ragioni, ciò che la lettura suggerisce, imporre allo spettatore la famosa sospensione della credulità. 

Così il primo snodo cruciale avviene quando lo sgomento Nobbs deve ospitare per una notte nel suo letto un omone dai modi sbrigativi, il tinteggiatore Hubert Page, che rivelerà senza imbarazzi d’essere anch’egli una donna, con tanto di tettone compresse sotto il pastrano, decisa a mascherarsi da uomo per lavorare dopo la morte del marito e riaccasarsi felicemente con moglie. L’idea pare buona al cameriere in cerca di una famiglia “normale”: solo che il corteggiamento maldestro della giovane servetta in cucina, nel frattempo ingravidata da un mascalzone, è votato a un crudele fallimento.

Il sottotesto lesbico non sarà il cuore della vicenda, immersa in un mix desolato di miseria, avidità e privilegi di classe, tuttavia rispecchia per contrasto la libertà trasgressiva che il muratore, incarnato da quel donnone di Janet McTeer, sa gestire alla faccia delle ipocrisie, mentre Albert Nobbs, indifeso e fragile, non può che soccombere. Cast di lusso, dove  spiccano Mia Wasikowska, Brenda Fricker, soprattutto Brendan Gleeson, il dottore che alloggia in albergo e non disdegna le grazie della servitù. A una penosa festa di Carnevale, l’uomo domanda al povero cameriere: «Perché non si maschera anche lei, mister Nobbs?». La battuta migliore del film.

Michele Anselmi

Lascia un commento