Se non contano nemmeno le (3) dimensioni

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Fausto Brizzi, romano, 43 anni, cresciuto nel culto di Spider-Man, golden boy della commedia italica, uno che dice ancora «pomiciare», rivendica il diritto a un pizzico di sana goliardia. Così, evocando addirittura “Il sorpasso” di Risi, dove il cialtrone e vitalista Cortona-Gassman sfotticchiava “l’incomunicabilità” alla Antonioni, in “Com’è bello far l’amore” se la prende a freddo, senza motivo, con quello che definisce «cinema d’autore». Naturalmente deprimente e triste, in bianco e nero, sempre palloso e autoreferenziale, poco in linea con i gusti schietti e sorridenti del pubblico. Infatti ecco Margherita Buy, lesta a prestarsi non si capisce bene perché, che interpreta una smunta madre contadina in bilico tra Olmi e Haneke impegnata a dire scemenze finto-drammatiche, mentre si scherza su Bellocchio e Lars von Trier.

Soldi, attrici e successo spesso danno alla testa. Brizzi, purtroppo, sembra non fare eccezione. Era partito bene, dirigendo con garbo “Notte prima degli esami”, esordio gentile e scaltro al punto giusto. Cinque film dopo, reduce dall’esangue dittico “Maschi contro femmine” & “Femmine contro maschi”, è diventato cineasta sentenzioso e viziato, forse “un genio del marketing”, di sicuro un talento sprecato. La controprova? Forte degli ottimi incassi dei suoi film (ma arriva sempre la battuta d’arresto, quando meno te l’aspetti), nelle interviste canzona i critici con spiritosaggini del genere: «Alcune delle serate più divertenti che abbia mai trascorso erano quelle in cui, alla fine delle feste di Natale, ci facevamo fare la rassegna stampa delle critiche, e a cena le leggevamo come fossero monologhi di cabaret». Si riferisce ai cine-panettoni scritti con Marco Martani per De Laurentiis. Ma non è che i suoi film da regista ormai siano troppo diversi: in fondo cine-panettoni riveduti e corretti, “modernizzati”, truccati da commedia sentimentale e di costume.

Naturalmente “Com’è bello far l’amore”, da venerdì nelle sale per Medusa in oltre 600 copie, quasi tutte in 3D, sarà un trionfo al botteghino. Sicché Brizzi potrà continuare a vantare la concretezza degli incassi rispetto alle fisime degli scribi parrucconi con la puzza sotto il naso. Tuttavia: si potrà dire che la sua commediola somiglia a un gadget della Durex (product placement)? Il tabù del sesso coniugale in formato family, con tutti i personaggi che restano sempre in mutande, nonostante l’argomento morbosetto e il video-gioco “Cazzi spaziali”, per non incorrere nel divieto ai minori di 14 anni.

Il sesso logora chi non lo fa. Andrea e Giulia, quarantenni ricchi, felicemente sposati e con figlio adolescente, non fanno più l’amore per noia, stress, abitudine. Lui legge Diabolik a letto, e quando si dedica alla moglie si sbriga in un minuto e 16 secondi. Finché non piomba in casa un pornodivo tipo Rocco Siffredi, tal Max “twentyfive” per le dimesioni del bigolo, che da giovane amò castamente Giulia, e la libido rifiorisce tra i due coniugi insieme all’amore appannato. Sarà una proibita “dark room” a propiziare il miracolo carnale; ma prima ne succedono di tutti i colori, tra visite al porno-shop, gag sugli anelli stimolanti e imbarazzi in farmacia. Il “sessuologo” superdotato come il rocker sboccato di “Esher è stato qui” o l’ospite perverso di “Teorema”? Macché. Tutti hanno una gran voglia di famiglia, sicché anche Max, andandosene, si dichiarerà alla collega del ramo Vanessa, svampita quanto amorevole.

Fabio De Luigi, Claudia Gerini, Filippo Timi e Giorgia Würth incarnano i quattro personaggi, più preoccupati, si direbbe, delle riprese tridimensionali che della recitazione. Il resto è pastiche: qualche sequenza a cartoni animati; un incipit surreale che gioca con i fratelli Lumière alla maniera di “Hugo Cabret”, mostrandoli molto sporcaccioni; omaggi cinefili a “Skin Deep” di Blake Edwards e “La dea dell’amore” di Woody Allen. Non mancano, sul fronte musicale, l’adolescenziale “Reality” dal “Tempo delle mele” e il tormentone di Raffaella Carrà da Trieste in giù; in compenso Brizzi firma il testo della canzone che dà il titolo al film, cantata da Patty Pravo.

A un certo punto, il pornodivo, alle prese con un buffo hard nell’antica Roma, sbotta: «Ma che l’ho scritto a fare il copione? Ci ho messo due giorni». L’ironia suona involontaria. Come se Brizzi parlasse un po’ di sé e del suo film.

Michele Anselmi 

 

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