Suono e rumore. La televisione secondo Zavoli

Questa volta anziché scrivere un mio editoriale, mi piace ribattere qui di seguito l’interessante articolo che Sergio Zavoli, presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, ha pubblicato domenica 12 febbraio su Il Sole 24 ore, immaginando un dialogo a distanza con Hans Magnus Enzesberger, grande conoscitore della televisione e dei mass media in generale. Ecco l’articolo. Vale la pena leggerlo per intero.

Il servizio pubblico? Un sogno

Il gran parlare che si fa della Rai trae origine dall`idea secondo cui la Tv avrebbe dovuto essere uno strumento particolarmente idoneo alla «crescita civile e culturale del Paese», al punto di considerarla un servizio pubblico da dover sostenere, e garantire, attraverso un canone. Ma ciò non ha impedito che, via via, quell`imponente, e per altri versi benemerito laboratorio, venisse perdendo la sua designata identità. Un segno, il più semplice: nelle ore di punta della giornata televisiva è progressivamente cresciuto il primato delle proposte culturalmente più deboli, alle quali viene affidata la ricerca del massimo consenso, in realtà dell`ascolto più numeroso, sapendo che l`audience aumenta non in base al pregio dell`offerta, ma in forza della sua corrività. È lo standard, la cosiddetta media, il continuum fondato su questa regola. 

Ciò mi riconduce a un incontro elegante e pungente di Corrado Augias con Hans Magnus Enzensberger, il quale sosteneva che a un palinsesto televisivo deve applicarsi una logica basata sulla diversità, elementare e indubitabile, tra suono e rumore. Ora può darsi che riferisca in maniera imprecisa – per esempio senza cogliere i lati paradossali di quanto Enzensberger andava dicendo – ma credo di aver bene inteso almeno questo: la televisione, nutrendosi di se stessa, della sua originalità, si è mostrata non particolarmente incline a produrre "qualità e valore". Idealità, estetica, pedagogia, morale, etica, essendo categorie che appartengono ontologicamente alla dimensione del suono, stenterebbero a convivere col rumore.

Ho scritto questa premessa nientemeno in sogno, ma anche sognando affiorano dei ragionamenti, si manifestano delle certezze, nascono dei dubbi; per esempio rispetto all`idea, insostenibile, che la cosiddetta utenza sia una sterminata platea di replicanti in attesa di qualunque cosa, suppergiù, le si dia. Per fortuna, richiamato dall`argomento, è riapparso Enzensberger, pronto a spiegare: «La Tv, mimando la creatività altrui, finisce per sembrare una sorta di nirvana elettronico, omologo nel suo essere acquietante e, secondo un neologismo in uso da qualche anno, generalista. Dà ininterrottamente l`idea di rappresentare sul serio la cosiddetta finestra sul mondo. Di qui la dimensione perlopiù suasiva, compiacente e generica del messaggio televisivo». Fatti i conti, a conferirle consenso e prestigio potrebbe essere addirittura una neutra, suggestiva vaghezza. Ho sempre avuto in uggia i pessimisti, credo con Mallarmé che «l`incredulità non ha genio», e tuttavia, seppure in sogno, devo riconoscere che lo scetticismo di Enzensberger si esprime con qualche acrobatica ragionevolezza. Lui stesso scrive che «noi facciamo storia come l`ape fa il miele; non per scelta, ma perché non possiamo fare altrimenti».

Mi abbandono, così, all`idea di provocarlo; cosciente, dovendo inventare l`intervista, dell`assoluta irrealtà non solo dell`intervistato, ma anche delle sue parole. Per andare subito al sodo gli domando se non sia possibile una televisione che produca, semplicemente, buona televisione. «Il quesito» risponde «è privo di senso comune perché postula, retoricamente, una risposta in positivo che non può darsi: la Tv, infatti, non può produrre che la sua naturale tonalità; cioè, per paradossale che sembri, rumore. Chi volesse suono, cioè contenuto – come si fa per il buon cinema, il buon teatro, la buona musica – potrebbe chiederlo anche alla Tv, ma sapendo di rivolgersi a uno strumento che, per il suo software tecnologico ed espressivo, non produrrebbe televisione, ma trasmetterebbe anche cinema, teatro e musica attraverso se stessa, fornendo ai linguaggi altrui un semplice, meccanico supporto». «Non è un merito da poco diffondere linguaggi più reputati!», gli faccio notare. E lui: «Certo, ma è tecnologia, non creatività, non arte, se non altrui. Le si può riconoscere di cavarne alcuni calchi imitativi trasferiti con successo nei format, una formula nata per essere di esclusivo uso e consumo del medium elettronico. Che però, rispetto ai grandi linguaggi assume la natura, e ovviamente la dimensione, di un ineluttabile bonsai». «La Tv, lo incalzo, ha prodotto anche ottimo cinema! Pensi a Rossellini, Fellini, Antonioni, ai Taviani…» La risposta è netta: «Non è vero che la Tv ha prodotto cinema, buono o cattivo che fosse; si è limitata a prendervi parte con modalità professionali, estetiche e produttive che appartengono, intrinsecamente, all`universo filmico, non televisivo». «Qual è, allora, la natura della Tv? Se produrre rumore è la sua precipua qualità espressiva, quando corrisponde meglio a se stessa?» «Quando fa il suo mestiere, cioè si fa strumento di sé medesima. Il suo ruolo, potente e inimitabile, è soprattutto quello di trasmettere ogni sorta di realtà impegnandosi a individuarla, mostrarla e descriverla. La Tv era nata per questo, per essere la televisione!». «Allora ci rappresenta?», mi sembra ragionevole domandare. Ma il mio interlocutore replica con il modico interesse di chi sta perdendo il suo tempo: «La rappresentazione è un fatto scenico, che presuppone mediazioni e quindi artifizi; la Tv, ripeto, è trasmissione, il suo intervento sulla realtà è principalmente tecnico, funzionale, anche quando vorrebbe essere altro. Neppure il Prix Italia, il cui statuto postula la ricerca della qualità nei palinsesti di 55 Paesi, può colmare il deficit, tant`è che le opere vincitrici non vengono quasi mai trasmesse».

Torno allora alla Tv per eccellenza, alle sue "riprese dirette", al manifestarsi di un evento e al poterne essere, contemporaneamente, testimoni o protagonisti: il fenomeno vive di un automatismo fissato al di fuori dello strumento, che non esige sceneggiatura, che implica una mediazione solo didascalica, che agisce grazie a quanto c`è già, e consente soltanto di prenderne atto dandone una lettura, questa sì, incomparabile. «Caro amico», ammette Enzensberger usando la tattica di concedere qualcosa per poi riprenderselo con gli interessi, «la Tv, proprio nel suo essere televisione è indubitabilmente grandiosa! La celebre finestra, ne convengo, apre gli occhi a miliardi di uomini su uno scenario sterminato, ma resta in perdita il raffronto con chi, producendo secondo le proprie intenzioni, opera non solo per la cronaca e lo spettacolo, ma anche per la conoscenza e la cultura. A quel punto rivendica il proprio primato tecnologico, ma con il risultato di non riuscire, se non raramente, a fondere strumento e scopo». Del resto, lo specchio ha forse degli intenti? È inerte, non distingue, né sceglie. Ciò che non diranno le immagini lo ricreerà la nostra fantasia, la nostra psiche. «Lei ha ragione, la Tv spesso abita nella nostra vita fermandosi agli occhi. L`ha detto Nietzsche, non esistono i fatti, ma le loro interpretazioni. Non ci porta dentro la nostra esistenza, si limita a mostrarcela facendone, spesso, un spettacolo. Nata per il reale si è inventata la fiction. Ha fatto di noi tanti spettatori muti, ordinati, come la fila dei cappotti descritta da Pirandello, con il professor Bernardino Lamis che crede siano persone. Anche noi, in Tv, siamo spesso i cappotti. Essa pretende di rappresentare la nostra parte essenziale, cioè visibile. Ogni vicenda di contenuto emotivo – non soltanto pruriginosa, ambigua, adescante – ha in sé una quantità enorme di risorse comunicative, spese senza risparmio. Ma, per paradosso, è il momento più autoreferenziale del mezzo, è il marchio araldico della teletrasmissione». 

C`è posto, ormai, soltanto per le domande che sgorgano dalla mia inquietudine. «Perché trovano uno spazio e una licenza così grandi la volgarità, il discorrere grossolano e triviale, l`uso insinuante dell`immagine femminile, il livore per le diversità, l`assenza di solidarismo e di misericordia, l`impoverimento interiore, la prevaricazione non solo verbale e, al contrario, l`indifferenza o la rassegnazione? Ho letto che dedicare tanto interesse alla cronaca nera ha indotto le famiglie a meditare sui propri disastri e la società a porsi molti interrogativi», ma la replica è netta: «Non sarà l`uso o l`abuso di quelle immagini e di quei resoconti a generare consapevolezza e coscienza. Spesso, semmai, provocano fenomeni imitativi. Ciò che serve è tenersi alla parte fredda della notizia, al "valore tecnico" della pedagogia che siamo in grado di trarne, tralasciando la parte calda, che favorisce solo "giudizi gastronomici", per dirla con Brecht, brutalmente opportunistici. Il problema è di educazione e trasparenza: la Tv dovrebbe essere la prima agenzia civile tenuta a smontare i linguaggi più strumentali e corrivi, a noi toccherà liberarci dalle nostre complicità per non rimanervi intrappolati». «Perché la Tv è, statisticamente, meno interessata a comunicare un`idea di bene, che a noi – parlo, se lo permette, anche per lei – sta a cuore quanto la necessaria cognizione del male e del dolore?». «Perché sul male e sul dolore la Tv ci trattiene, e non di rado intrattiene più a lungo, facendo durare, con l`aggiunta di nuovi effetti, uno "spettacolo" che genera vischiosità, cioè ascolto». «La Tv ci offre anche cose di altra natura e interesse», dico risolutamente. «È vero, ma sono l`alibi del sistema che ritorna dalla finestra, teso a parare obiezioni dando risposte isolate, fuori contesto, espunte dal continuum. Lei, adesso, mi citerà tanti programmi distribuiti qua e là: scelga lei, sono un po` di cattiva coscienza, di nicchia, di orgoglio, di bel gesto, come La Divina Commedia letta, mi risulta, da un grande attore. Il resto, cioè il nirvana elettronico, è al contrario una secrezione, laconica, invasiva, distesa come una colata su tutto». «Siamo sicuri di saper guardare la Tv, prima di avventurarci in geremiadi e invettive?», provo a suggerire. «Non andrà vista anche con un certo distacco, a una certa distanza?».

«La questione del saper vedere vale per l`Arte. Sul problema della distanza, come lei lo pone, non serve la domanda di Pascal – "a che distanza si guarda un quadro?" – ma la risposta dell`oculista. Rifletta! Non a caso riflettere è un termine che viene dall`ottica: qualunque cosa trasmetta la Tv – a cominciare dall`informazione, che finisce per chiamare in causa il maggior numero di valori – l`uso pubblico della comunicazione dovrebbe avere, eticamente, la stessa "profondità di campo", poniamo, del cinema. Quello buono, s`intende. Ma per cogliere quel valore occorrerebbe raggiungere quella profondità; e ciò è impedito oltre che dalla dimensione psicologicamente orizzontale della Tv – in cui primeggiano, dopo il primo piano, il campo lungo e il grand`angolo – anche dal suo coriandolizzare quanto entra nel suo flusso comunicativo». Forse coglie sul mio viso una punta d`incertezza e prosegue: «La Tv non fa sempre ciò che dovrebbe: lo strumento, apparentemente neutrale, in realtà è pressoché privo della sua autonomia, la quale viene indebitamente governata dall`esterno, inducendo a scansare le verità scomode, per loro natura poco inclini al pluralismo!». Dopo una pausa aggiunge: «Mi spiace doverglielo ricordare, ma la Tv, proprio nella parte più neutra del suo mestiere è immeritevolmente vittoriosa. Allora, sì, è incomparabile! Ma purtroppo ha un innato complesso d`inferiorità nei confronti di chi producendo secondo i propri mezzi – il cinema, il teatro, la letteratura, la musica – agisce per la conoscenza e non di rado per l`arte, mentre il teleschermo sottrae al pubblico un`educazione che deprimerebbe l`ascolto!». 

Dovevo riconoscere che le capacità creative dello strumento, tranne in casi speciali, non sono eccelse, però la diagnosi mi parve ugualmente sommaria e persino iniqua. Ma Enzensberger era ormai preso dal suo dire e proseguì: «Compito della Tv è di mostrare l`esistente, tutto e in qualunque momento; il modo più alto di pensare, cioè l`immaginazione, come diceva Federico Fellini, è riservato alle facoltà del sogno». Cercai, allora, una benemerenza inoppugnabile. «Ma la Tv ha perseguito anche molto impegno civile e sociale, in tutte le direzioni! E molti programmi sono lì a dirlo». «L`impegno cui siamo principalmente tenuti, in ogni sfera comunicativa, dovrebbe essere volto alla verità, alla ragione e all`amore, all`armonia e alla pace. La Tv esprime il suo massimo impegno creativo inventando addirittura il contrario: la virtualità, cioè il massimo di inesistenza». «E il dolore, la pena di vivere, la debolezza?», azzardai. «Lei parla della vita, non della televisione! La Tv può e deve riprodurla, ma come se la realtà non bastasse fa di tutto per trasformarla in una qualche utilità, banalizzando o enfatizzando. Il dolore, con la sua nobiltà e il suo ritegno, diventati una grande risorsa comunicativa, finisce per valere quanto gli scandali o il gossip». 

L`intervista andava procedendo sempre più sul terreno a lui congeniale e ne avvertivo tutta l`insidia. «Può farmi l`esempio» gli domandai, «di una televisione che, in definitiva, somigli esemplarmente a se stessa?». Parve cercare qualcosa, poi disse: «Mi hanno parlato di un programma del tutto atestuale che si chiama Blob. Un suono, finalmente, una parola che, da sola, sembra un trattato di estetica televisiva, cioè la massima denuncia del pensiero debole, come dite voi. Geniale!». Si era rabbonito: «La Tv ha preteso di rappresentare la gran parte di noi, ed è stato come se scattasse un transfert: le sue immagini ci dicono i nostri errori e dunque non possono essere vere, altrimenti saremmo noi la fonte dell`errore. E così accredita, con la nostra complicità, il più insidioso dei dubbi: siamo davvero come ci rappresentiamo in televisione?» Imbarazzato, stavo rifugiandomi in ciò che mi aveva detto addirittura Albert Schweitzer, a Lambaréné: «Fino a quando non diremo cose che a qualcuno dispiaceranno non diremo mai, per intero, la verità».

Nel frattempo mi sveglio, rammaricandomi di non aver rivolto al mio fantomatico interlocutore l`ultima domanda: ma se la Tv siamo noi, con quel che lasciamo che sia – cioè così poco rispetto ai suoi originari doveri – non c`è altro da immaginare e da fare? La finestra da cui doveva trarre la narrazione del mondo non dovrà darsi altri occhi? L`economista inglese Johnn Maynard Keynes affermò che «l`inevitabile non accade mai, l`inatteso sempre». Lo ricordo a chiunque abbia bisogno di credere in ciò che vorrebbe, e servirebbe, anche in televisione.

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