Cesare deve morire. Ecco l`accoglienza della stampa

Festival di Berlino | Sessantaduesima edizione

L´unico film italiano presentato ufficialmente in concorso alla 62esima edizione del Festival di Berlino, ha avuto il pregio di stupire la Berlinale e mettere d´accordo una volta tanto una buona fetta della stampa internazionale sulla qualità del cinema italiano. Non hanno gridato alla rinascita della nostra cinematografia ma almeno ad una ventata di freschezza. Parliamo di Cesare deve morire, il docufiction  dei fratelli Taviani. 

La messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare da parte di un gruppo di detenuti nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia di Roma, sotto la supervisione del regista teatrale Fabio Cavalli, ha addirittura ricevuto un giudizio eccellente dalla rivista Screen. “Quello che rende profonda l´opera dei Taviani, scrive la rivista, è il modo in cui un testo teatrale molto complesso che parla di amicizia e tradimento, di delitti e potere siano stati messi a confronto con le esistenze e le frustrazioni personali dei condannati, alcuni dei quali segnati dalla  “fine pena mai”.

Anche l´Hollywood Reporter ha riservato parole di apprezzamento per la pellicola italiana in particolare per la decisione dei due registi di ricorrere al bianco e nero per girare le scene in cui gli attori sono alle prese con le prove e cosi documentare al meglio il processo di immedesimazione che ha lentamente travolto gli attori-detenuti quasi a voler trovare una relazione stretta tra la loro vita e quella dei personaggi da interpretare. 

A smorzare gli entusiasmi ci hanno pensato il Daily Telegraph che ha sintetizzato il proprio giudizio sul film in un commento secco ma incisivo: ”un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno” e lo stesso fa Slight & Sound, che parla di pellicola facile che trova ovvie quanto banali connessioni tra un testo scespiriano e la criminalità.

Calorosa accoglienza invece da parte della stampa tedesca che ha elogiato la scelta dei registi di mettere in scena un’opera di Shakespeare all’interno di un contesto problematico quale quello carcerario e di aver lasciato che i detenuti usassero il proprio dialetto per rendere più naturale la recitazione. 

Ma sono i provini in bianco e nero in cui agli aspiranti attori-detenuti si chiede di declinare le proprie generalità con due modalità emotive diverse, le sequenze piu toccanti e più intense del film, a giudizio di tutta la stampa estera e persino italiana. Immagini in primo piano di chi mette in campo talento e capacita di inventiva pur di far parte di uno spettacolo che può rapprsentare un momento di personale riscatto ad un`esistenza di reclusione tra le pareti di una cella. 

Monica Straniero

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