Associazioni imprevedibili: …e ora parliamo di Kevin & In Time

Fantascienza, thriller e drammi | L`abbattimento delle barriere di genere 

Cosa accomuna “E ora parliamo di Kevin” di Lynne Ramsay e “In time” di Andrew Niccol? Apparentemente nulla, tranne il fatto che entrambi i film usciranno nelle sale italiane domani. Il primo è un’opera ispirata all’amara ricerca introspettiva di Lionel Shriver: “We need to talk Kevin” è il successo letterario di questa giornalista americana che ha infranto ogni limite concesso mettendo in discussione l’indiscutibile, il rapporto tra una madre e il proprio figlio. Controverso il nucleo tematico originario, controversa l’accoglienza dell’omonimo adattamento presentato in concorso al Festival di Cannes 2011 e affidato alla straordinaria interpretazione di Tilda Swinton, premiata per l’occasione.

L’etichetta di genere attribuita al lungometraggio è quella di “film drammatico”, per il fatto che un’indagine psicologica dai toni cruenti che ripercorre a ritroso le ragioni di una tragedia o l’eventualità di una colpa non sono certo pensabili come contenuti realistici. Non lo sono neanche quelli di un “thriller”, macrocategoria nella quale si ingloba la trasposizione per lo schermo della sceneggiatura di Andrew Niccol; si dovrebbe forse parlare di binomio “fanta-thriller” dal momento che la storia di “In time” è ambientata in un’ipotetica società “non troppo lontana” dove il problema del sovrappopolamento viene risolto con un criterio di selezione economica. Nel film tutti gli esseri umani smettono di invecchiare a 25 anni e il successivo tempo che resta da vivere risulta tatuato sugli avambracci. È necessario comprarlo, pagarlo. Un’ulteriore specificazione si sovrappone alle altre: non potrebbe anche essere definito una sorta di nuovo “fanta-action” dove attori come Justin Timberlake e Amanda Seyfed abbandonano i consueti ruoli leggeri per calarsi nei panni di personaggi archetipi dal destino pesante? Una macchina vale un mese, una cena costa qualche settimana e un caffè si paga scalando sullo scanner della cassa ben quattro minuti di tempo della propria esistenza.

Questa situazione rievoca quel “monitoraggio” reso magistralmente sul piano visivo in “Gattaca – La porta dell’universo” del 1997, firmato dallo stesso regista. In questo film un “non valido” ribelle con il volto delicato di Ethan Hawke assumeva l’identità di un “valido” suo complice per compiere una missione segreta su Titano: se qui l’ingegneria genetica e l’ambizione della perfezione imperavano sul pianeta degli uomini e su possibili mondi sconosciuti, l’idea della “diversità” si declina con sfumature più precise all’interno di “In time”. La ricchezza è diventata una vera e propria arma a doppio taglio e si riflette in un’ossessione tutt’altro che “lontana nel tempo”: l’egocentrismo e lo sforzo di rimanere giovani in eterno regnano nella società contemporanea sia sul piano profondo degli atteggiamenti relazionali che su quello superficiale dell’eccessivo ricorso alla chirurgia estetica. Al di là di qualsiasi dibattito collaterale, non sarà che questo talento neozelandese sta cercando di lanciare al mondo un altro dei suoi messaggi profetici in bottiglia? Risulterà a questo punto ribadire che si tratta dell’artefice di film come "S1m0ne" (di cui ha firmato la regia nel 2002) nonché di soggetti che hanno dato vita a film del valore di “The Truman Show” di Peter Weir nel 1998 o di “The Terminal” di Steven Spielberg nel 2004, nei quali il privato e il pubblico si fondevano strategicamente lasciando aperta la questione del limite imposto al libero arbitrio dell’individuo.

In qualche modo tutte le sue riflessioni sembrano rivolgersi direttamente al singolo più che a una massa di pubblico, lo scuotono da uno stato di “spettatore passivo” per indurlo a chiedersi quale sia il vero scopo dell’agire, a indagare sulla possibilità di definirsi persone vere o burattini di realtà posticce. Tutto questo rimanda inevitabilmente alle teorie che legano i termini “cinema” e “simulacro”: resta da domandarsi se le due opere in uscita, nel rispetto delle loro naturali divergenze, non siano mezzi per esorcizzare paure niente affatto distanti, se lo scopo della loro rappresentazione non sia appunto quello di scongiurarne la realizzazione effettiva. La domanda è retorica, ma secondo questa prospettiva ciò che importa davvero non è più se la madre di Kevin – che simbolicamente si chiama Eva come la donna dalla quale tutto ebbe origine – sia riuscita o meno ad accettare l’idea di un figlio assassino. Contano piuttosto i suoi tentativi di resistenza e il suo desiderio di lottare ancora in nome della sopravvivenza, allo stesso modo di Will Salas, il personaggio protagonista del film di Niccol, che potrebbe usare il “dono del tempo” per mettere in salvo la propria madre morente.

Sano o malato, giusto o sbagliato che sia, l’amore resta sempre il punto di inizio e quello di arrivo, un sentimento che non si lascia scalfire da visioni apocalittiche, un’energia pulsante che non si esaurisce di fronte ad alcun tipo di classificazione di genere. 

 
Ilaria Abate
 

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