American Horror Family. Indagine sul male

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

L’uomo nasce buono e diventa cattivo? Non serve scomodare il mito del “buon selvaggio” di Rousseau, in base al quale l’uomo sarebbe in origine pacifico e solo successivamente corrotto dalla società, per farsi un giudizio su “… e ora parliamo di Kevin”. L’enigma permane. Film duro, anche atroce, di splendida composizione formale e di imperscrutabile messaggio, perché alla fine dei giochi resta, appunto, il mistero sulla ferocia assassina di Kevin: l’irredimibile adolescente che all’inizio troviamo in carcere per aver commesso qualcosa di terribile da scoprire strada facendo. 


Tra “Elephant” di Gus Van Sant e “Joshua” di George Ratliff, suggeriscono i cinefili, e magari c’è del vero. Ma il film della 42enne regista scozzese Lynne Ramsay, coprodotto e interpretato da Tilda Swinton con una partecipazione emotiva che forse pesca in una sensibilità personale, si propone come una sorta di Ufo, appunto indecifrabile, anche sconvolgente e di alta forza espressiva, in un mercato italico all’insegna del più fesso commedificio. Sarebbe bene che Fausto Brizzi andasse a vederlo, tanto per capire la differenza che passa tra il cinema d’autore vero e quello parodiato da lui in “Com’è bello far l’amore”. 

Tilda Swinton, mamma di due gemelli, ha confessato ad Arianna Finos di “Repubblica”: «Il nostro film infrange quello che nei Paesi anglosassoni è un grande tabù: l’amore di una madre per il proprio figlio. È dato per scontato e naturale, sappiamo tutte che non è così». Nondimeno “…e ora parliamo di Kevin” evita la lezioncina pedagogica; e non è neppure una variazione realistica sul tema di “Rosemary’s Baby”: l’anima demoniaca e crudele che si cela dentro l’esserino appena partorito e destinato a trasformarsi in “mostro”. 

Certo, nella storia, ambientata negli States e tratta dal romanzo della scrittrice Lionel Shriver, la mamma incarnata dalla Swinton, che di nome fa Eva, forse ha qualche responsabilità. «Smetti di opporre resistenza» grida l’ostetrica durante il parto, come se Kevin fosse per lei, donna di successo esperta in antropologia, già un impaccio. Ma poi la poveretta ce la mette tutta, d’intesa col marito smidollato ben reso da John C. Reilly, per crescere bene il ragazzino che non smette mai di piangere e con gli anni sfodera tendenze fosche, da genietto del male. Figurarsi quando nasce la sorellina, che quasi subito vediamo con una benda sull’occhio sinistro, orba a metà. 

Nel complesso gioco dei flashback, tutto un andirivieni temporale che intreccia la pena odierna con lo srotolarsi funesto degli eventi, “…e ora parliamo di Kevin” si propone in fondo come un thriller: sai che è successo qualcosa di grave e il film lo svela a poco a poco, pure con una discreta dose di sadismo legata allo sport praticato dall’intrattabile fanciullo interpretato da Ezra Miller. Il tiro con l’arco.

È il rosso il colore dominante del film, in una dimensione multipla: concreta, metaforica e onirica. A prima vista potrà sembrare scelta esteticamente scontata, ma la regista pilota il cromatismo acceso con gusto e sapienza, mentre si fa sempre più pallida e smunta la faccia di Eva, costretta – così la vediamo nell’incipit – a mendicare un lavoro da segretaria, murata viva in una specie di stamberga, esposta al pubblico ludibrio, oltraggiata da sputi e schiaffi, fisicamente dimessa. Il senso di colpa la divora: forse si sente una cattiva madre, per non aver intuito il furore cieco che stava montando nello sguardo del figlio, ma è pur sempre una madre, perfino un po’ complice. «Voglio che tu mi dica: perché?» chiede al figlio rinchiuso dietro le sbarre. «Pensavo di saperlo» fa lui, sapendo che forse la farà franca.

È possibile che i nostri censori impongano il divieto ai minori di 14 anni. Francamente non saprei dire se sia giusto o no, c’è da augurarsi solo che non danneggi la vita commerciale del film, distribuito valorosamente dalla Bolero. Di sicuro “…e ora parliamo di Kevin”, titolo meno preciso dell’originale “We Need to Talk About Kevin” che allude alla frase tipica dei genitori quando c’è un problema in famiglia, è un film dal quale si esce sgomenti e straziati. Nella sua crudezza è molto bello: ma bisogna sapere che vederlo non sarà una passeggiata. 

Michele Anselmi 

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