Trionfo italiano alla Berlinale. Il commento di Anselmi

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Da Berlino buone notizie per l’Italia. Lo spread va giù e il cinema tricolore va su, trionfando alla 62ª Berlinale. Dopo 21 anni. L’Orso d’oro è infatti andato a “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, Paolo e Vittorio, rispettivamente classe 1931 e 1929. La “povertà” a volte fa bene alla creatività, irrobustisce l’ispirazione. Abituati a spendere cifre considerevoli per cast di gusto internazionale e costose ricostruzioni storiche, gli autori toscani di “La notte di San Lorenzo” hanno colpito la giuria presieduta dall’inglese Mike Leigh, regista tosto e molto di sinistra, con questo piccolo film da appena 250 mila euro. Magari avrà contato il tema: lo scespiriano “Giulio Cesare” interpretato, tra provini in dialetto e immedesimazione progressiva, dai carcerati di Rebibbia. Anche gente tosta, con condanne pesanti sulle spalle.

Non proprio una novità al cinema, la fusione tra finzione e documentario era già riuscita a Davide Ferrario con “Tutta colpa di Giuda”, ma certo sorprende la vitalità con la quale i Taviani hanno pilotato l’esperimento in economia e bianco e nero, non da tutti i critici considerato risolto sul piano artistico, specie quando i detenuti escono dalle battute teatrali per rientrare in se stessi, ma sicuramente rivelatore di una freschezza espressiva inattesa, di una voglia di rimettersi in gioco a cinque anni dal deludente “La masseria delle allodole”, sempre ospitato a Berlino. 

Non succedeva da 21 anni, s’è detto: da quando l’allora presidente di giuria Gillo Pontecorvo si batté come un leone riuscendo ad assegnare il massimo premio a “La casa del sorriso” di Marco Ferreri, più due allori minori ad altrettanti titoli italiani. Un buon segno. Che fa il paio con il premio del pubblico andato a “Diaz. Non pulire questo sangue” di Daniele Vicari, che ricostruisce con realistica crudezza l’infame episodio di “macelleria messicana” accaduto a Genova nel luglio 2001.

Si può capire la soddisfazione dei Taviani. «Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia guidati dal regista Fabio Cavalli che li ha portati al teatro. Hanno dato se stessi per realizzare questo film» spiega Paolo. «Spero che qualcuno tornando a casa, dopo aver visto “Cesare deve morire”, pensi che anche un detenuto su cui sovrasta una terribile pena è e resta e un uomo» aggiunge Vittorio. Naturalmente festeggia anche la coproduttrice Raicinema, che distribuirà il film insieme alla Sacher di Nanni Moretti, dal 2 marzo. «Siamo molto orgogliosi di aver contribuito a produrre “Cesare deve morire”, un film che rientra nella nostra linea di produzione di cinema civile e risponde appieno al nostro mandato di servizio pubblico. Confermando altresì l’importanza e l’impatto di Raicinema e della Rai sull’industria culturale italiana» ha subito commentato l’amministratore delegato Paolo Del Brocco. Chi sa leggere tra le righe coglierà il retrogusto sottilmente polemico, nel momento in cui si parla di pesanti tagli inflitti al budget della società cinematografica legata alla tv pubblica.  

L’affermazione italiana a Berlino era nell’aria da giorni, ma con le giurie non si può mai dire. Certo quest’Orso d’oro arriva a fagiolo. L’incontro, solo rinviato, tra i premier Monti e Merkel potrà arricchirsi, sul piano simbolico e diplomatico, di questa felice coincidenza. Non che il cinema possa fare molte cose, «ma anche questo è un modo per costruire un ponte sul fronte culturale» avverte Paolo Taviani. E già. 

La vittoria di ieri ricorda inoltre che non di solo “commedificio” può e deve vivere il cinema italiano. Fausto Brizzi, nel suo fiacchissimo “Com’è bello far l’amore”, ironizza sui film d’autore, parodiandoli con spirito goliardico e immaturo, come se il pubblico fosse un’entità indistinta che rifiuta ogni forma di riflessione, seria, sulla società italiana. Magari sia “Cesare deve morire” sia “Diaz. Non pulire questo sangue” non faranno exploit al botteghino, e tuttavia mostrano che ci sono ancora registi disposti a non uniformarsi ai gusti correnti, a tentare strade un po’ più impervie, a non arrendersi di fronte alla pigrizia dei produttori. Come Gianni Amelio, Leone d’oro alla Mostra di Venezia 1998 con “Così ridevano”; come Nanni Moretti Palma d’oro a Cannes 2001 con “La stanza del figlio”.  

Detto questo, facciamo pure festa nel giorno del trionfo italiano a Berlino, ma ricordiamoci di un dettaglio non di poco conto. Per realizzare “Diaz. Non pulire questo sangue” il produttore Domenico Procacci ha dovuto trovare finanziamenti in Francia e in Romania.  

Michele Anselmi

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