Saul Bass. I titoli di testa come opera d`arte

Da Preminger fino a Spielberg | La carriera di un grande artista
 
Saul Bass, un grande grafico del XX secolo, un grande designer, un artista che ha saputo, con la sua creatività, segnare la storia del cinema.
 
Perchè è con Saul Bass che il film inizia non dalla storia narrata ma dai titoli di testa… e questo lo comprese bene il grande Otto Preminger, che gli affidò i titoli di testa di “Carmen Jones” (1954) e successivamente il puzzle in bianco e nero del cadavere di “Anatomia di un omicidio” (1959). La grandezza di questo designer newyorchese sta proprio nell’aver saputo, attraverso la grafica e l’animazione, sintetizzare e cogliere con segni elementari ed immagini l’essenza di un film, compiendo un atto di rottura con quella che era stata fino a quel momento la presentazione statica e monotona delle prime immagini che introducono l’opera cinematografica.
 
Ed ecco che lo scorso anno la figlia Jennifer e lo storico del design Pat Kirkham, gli hanno dedicato un volume a sei anni di distanza dalla sua scomparsa, “Saul Bass: a Life in Film and Design”, ed. Laurence King, corredato da 1400 tavole tra bozzetti e disegni, che ripercorre la lunga carriera del designer; un’opera che potrà aiutarci ad entrare più in profondità in uno di quegli aspetti della settima arte sui quali non siamo abituati a soffermarci.
 
Nato nel quartiere del Bronx nel 1920, Saul Bass ottiene la borsa di studio all’Art Students College di Manhattan e nel 1938 diventa assistente al dipartimento artistico della Warner Bros di New York; successivamente, lavora presso l’agenzia pubblicitaria Blaine Thompson e si iscrive al Brooklyn College sotto l’insegnamento di Gyorgy Kepes, allievo di uno dei maggiori esponenti del Bauhaus, Laszlo Moholy-Nagy: tutta l’opera di Bass risentirà sostanzialmente dello stile della grande scuola di Weimar, indirizzandolo verso il Costruttivismo. Nel 1952, si trasferisce a Los Angeles e qui apre il suo studio di design: la “Saul Bass & Associates”.Quindi, l’incontro con Otto Preminger, e la creazione del poster e dei titoli di testa per “Carmen Jones”, che gli apriranno la strada a tutta una serie di felici sodalizi con i maggiori registi del panorama cinematografico:da Alfred Hitchcock a Stanley Kubrick, da Martin Scorsese a Steven Spielberg.
 
La novità e la genialità delle creazioni grafiche di Bass consistevano nell’animazione delle figure che si intrecciavano con lo scorrimento di nomi e cognomi del cast, anticipando in questo modo quello che sarebbe stato l’argomento principale del film; è così che nasce la presentazione di un altro film di Preminger del 1959, “Anatomia di un omicidio”, dove Bass progetta i pezzi di una sagoma di un cadavere che, riuniti solo per un attimo, entrano ed escono dallo schermo accompagnati dai nomi del cast e sul ritmo della colonna sonora firmata da Duke Ellington.
 
Fu così che Hitchcock venne attratto da questo nuovo stile grafico che sostituiva quello imperniato sul solo uso statico delle foto di scena e dei protagonisti della storia e che ingaggiò Saul Bass nel 1958 per “La donna che visse due volte” (Vertigo), l’anno successivo per “Intrigo internazionale”, e quindi per “Psyco” nel 1960.
 
Il designer decide poi negli anni Settanta di avventurarsi nella regia, con un film di fantascienza che però non ottiene successo di pubblico, quindi rientra nel mondo della grafica e firma alcuni loghi ancora oggi famosi, come quello per Minolta e la United Airlines.
 
Negli anni Novanta lavorerà con Scorsese per “Quei bravi ragazzi”, “Cape Fear – il promontorio della paura” e nel 1993 per “L’età dell’innocenza”. Nello stesso anno collabora con Spielberg per l’affiche di “Schindler’s List”; dal 1991 al 1996, anno della sua morte, il designer statunitense progetta tutti i posters per le cerimonie degli Oscar.
 
La tendenza moderna della cinematografia è sempre più quella di fare scorrere alla fine della proiezione una lista infinita e interminabile di titoli di coda, dove compaiono, oltre che i nomi del regista, degli interpreti, dei fotografi, anche lo stuolo dei numerosissimi assistenti al make-up, al suono, ecc… facendo inevitabilmente alzare il pubblico dalle loro poltrone ancor prima che le luci in sala si riaccendano; ecco che quindi scene significative come quella di
 
… Bernardo Bertolucci   che costruisce in “Il piccolo buddha” un bellissimo mandala e, a un minuto dalla fine dei titoli di coda, a sala ormai semivuota, lo fa volare via col vento …” (I. Bignardi per “Venerdì” di Repubblica, 25 novembre 2011), restano viste da pochi spettatori pazienti.
 
… quindi, per favore, per le vostre prossime visioni di film, non scappate via prima che siano terminati i titoli di coda… 
 
Onorina Collaceto
 

 

 
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