I nuovi poveri di Verdone, Posti in piedi in Paradiso

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX 

L’Italia dei disastrati. Nel nuovo film di Carlo Verdone si racconta un Paese sospinto nel purgatorio del 20 del mese, quando non c’è più un euro e si fatica ad andare avanti, rinunciando perfino alla carne. Il governo Monti, sobrio ma composto di gente facoltosa, fatica ad accorgersene, invece il sessantenne comico romano sa benissimo che si vive male, che molti vivono male. Ecco, allora, l’idea di piazzare nel suo “Posti in piedi in Paradiso”, al cinema dal 2 marzo in 650 copie by Filmauro, tre padri separati ridotti in miseria da scelte professionali sbagliate, da vizi e leggerezze, anche dalle pretese delle loro mogli alla voce “alimenti”.

«Questi padri separati sono un’emergenza sociale, rappresentano una nuova categoria di poveri» sostiene Verdone. Giovedì sera, all’anteprima a inviti all’Auditorium, il regista s’è ritrovato seduto accanto il ministro Corrado Passera. Il quale, alla fine del film, avrebbe se non altro riconosciuto che le cose stanno proprio così. Il giorno dopo, incoraggiato dai primi commenti positivi, Verdone spiega: «Penso che si debba fare cinema, anche di intrattenimento, guardando alla nostra realtà. La sfida del film è semplice: raccontare alcuni aspetti tutt’altro che comici di questi anni italiani, ma cogliendo dettagli e situazioni utili a portare la storia nel campo della commedia». 

In effetti la sfida c’è. Gli incassi record delle nostre commedie, spesso fatue ed evanescenti, sembrano andare da tutt’altra parte. Sul film di Verdone, peraltro, gravano le attese spasmodiche del produttore Aurelio De Laurentiis, reduce da un’infilata di insuccessi. Eppure “Posti in piedi in Paradiso” ha le carte in regola per piacere al grande pubblico: fa ridere, anche molto in certi momenti, senza rinunciare, in linea con un certo ragionevole pessimismo del suo autore, per quanto ammordibito nel finale di speranza, a dirci che il riscatto non può che essere individuale, perché la politica ha smesso di dare speranze. La controprova? Rivela Verdone esibendo il suo romanesco migliore: «Lo sa che mi ha detto il fioraio ieri? ‘Sti tecnici ce stanno a ridurre sul lastrico, ma Monti me piace, perché nun ride. Infatti nun ce sta niente da ride».

Del resto la frase che più risuona nel film è: «Ma che vita da miserabili!». Sottratti ai loro abituali standard di vita, Ulisse Diamanti, Fulvio Brignola e Domenico Segato, cioè Verdone, Pierfrancesco Favino e Marco Giallini, si ritrovano a mettere insieme 250 euro a testa per sopravvivere in un triste appartamento scosso più volte al giorno dal passaggio della metropolitana. Ulisse era un discografico di punta, ma ora vende vinili vintage e memorabilia rock; Fulvio un critico cinematografico stimato, ma ora si occupa di gossip, per la serie «chi c’era alla festa, chi non c’era, chi se l’è fatta, chi si è rifatta»; Domenico un ricco imprenditore in campo immobiliare, ma ora, diviso tra due famiglie, trangugia pillole blu per soddisfare ricche signore attempate.

Spiega Verdone: «Lo so, sulla carta il soggetto poteva sembrare poco adatto al sorriso. Eppure la convivenza forzata dei tre, costretti a dividere quel modesto appartamento, mette in risalto le differenze caratteriali, le tipologie maschili. Sono circondato da amiche disarmate di fronte a uomini magari di valore, ma perlopiù fragili, poco affidabili, mai autorevoli, che decidono di non decidere mai». Donne come la bella cardiologa, svampita e generosa, terrorizzata dalla parola “incomunicabilità”, che Micaela Ramazzotti sullo schermo incarna con distratta sensualità. 

Nel film ce n’è per tutti, sul piano dello sfottò, e naturalmente i cine-giornalisti si divertiranno a cogliere i riferimenti al loro mondo nel ritratto impietoso di Fulvio. Uno che sfrutta il numero di cellulare di Gabriele Muccino per  rimorchiare un’aspirante attricetta assai disinvolta, che si butta avidamente sui panini alle conferenze stampa in puro gusto “Cafonal”, uno che vede Orson Welles in tv ma si sente come in una commedia di De Filippo.

Avverte Verdone: «Nel film non c’è solo il tema della “sopravvivenza” di tre uomini. Ci sono anche i loro figli, che abbiamo rappresentato più maturi dei loro padri, più forti e determinati nelle decisioni, a sottolineare il fallimento della nostra generazione». In effetti, sia pure attraverso coloriture grottesche e situazioni farsesche, i tre padri in questione sembrano degli “immaturi”, nonostante l’età. Specie Segato, appunto Giallini, in forma smagliante nonostante il gravissimo lutto familiare nel mezzo delle riprese, al quale Verdone affida il ruolo da cialtrone impenitente, un po’ alla Gassman del “Sorpasso”. Il superficialone in blazer d’ordinanza e calzini bucati che ha seminato figli e illuso un’infinità di donne. Battute come «vacci tu con tua nonna, altro che Viagra, il plutonio te ce vole!» o «io di fiati rottamati me ne intendo» sono destinate a trasformarsi in tormentoni stracult, come spesso succede con i film di Verdone. Il quale sceglie una recitazione sotto tono, dai risvolti malinconici, che rende buffo, dignitoso e insieme rincuorante il personaggio di Ulisse. Ma pure lui sarà costretto a vendere la mitica cintura a borchie di Jim Morrison per 120 mila euro al ricco architetto interpretato in amicizia da Andrea Purgatori.

Michele Anselmi

 

Lascia un commento