Umanità sospese. Dal romanzo di Veronesi ai giovani di oggi

"Gli sfiorati" | Quando anche la propria scrittura diventa un sintomo …

Roma non è mai stata tanto invadente e accogliente, tanto intensa e sfuggente come ci appare nel nuovo film di Matteo Rovere, in uscita nelle sale venerdì. Sarà forse per il fatto che esterni ed interni assumono qui un’importanza di parità assoluta, divenendo metafore dell’animo dei personaggi che la vivono: “Gli sfiorati”. È questo il titolo dell’adattamento per il cinema dell’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, da cui il film si distacca per la scelta di una struttura circolare inesistente sul piano letterario, atta a evidenziare il percorso di crescita del giovane Méte (Andrea Bosca) nel breve periodo di tempo che precede il matrimonio di suo padre Sergio (Massimo Popolizio) con il suo amore spagnolo Virna (Aitana Sanchez Gijon). Fisicamente distante da lui fino a questo momento delle reciproche esistenze, la sua sorellastra Belinda (Miriam Giovanelli) si materializza improvvisa sul divano di casa di Méte e lì resterà, come una bomba a orologeria pronta a scoppiare da un momento all’altro. A differenza di quanto avviene nel libro, la scrittura cinematografica ha preteso che Belinda non uscisse mai da casa proprio per mettere in rilievo la sua “attesa”, lasciandola avvolta nel suo stesso fumo, incantata dalle luci di un televisore sempre acceso: è perciò un focus sulla tentazione più che sull’incesto, motivo per cui è riuscito a superare la rigida barriera delle censure e a liberarsi dell’etichetta di “film vietato ai minori di quattordici anni” che gli era stata attribuita in una prima fase valutativa.

Secondo quanto confessato dagli attori, la complessità del lavoro iniziale risiedeva nell’ambizione di voler raccontare un universo a sé stante, un’esperienza dentro cui nessuno di loro era mai entrato nella realtà, il tentativo di trasferire quella estrema difficoltà emotiva che la gente vive, passandoci attraverso. Ne è un esempio la figura di Beatrice Plana (Asia Argento), simbolo micro di una “categoria macro” tipica della “Roma bene”, quella delle ultratrentenni ricche, belle e piene di cose da raccontare ma senza un vero uomo con cui condividerle realmente. Rappresentante simbolico della stessa piccola porzione di mondo è il personaggio di Bruno (Claudio Santamaria) con il valore di collega e “fratello maggiore” del protagonista, ma ancor più precisamente di chiave di lettura interpretativa del film: Bruno è un giudice con il volto da angelo, un grafologo professionista che fa della sua passione un credo, un osservatore della natura umana che si trova per caso a scoprire tratti specifici comuni alla scrittura di alcuni individui “incasellabili”.

Gli sfiorati, secondo la sua teoria, sono persone molto presenti a se stesse ma al contempo perennemente assenti. Con la sua lavagna luminosa, Bruno prova a far chiaro il percorso di coloro che camminano troppo spesso nel buio e che si nascondono dietro i riflettori dei lampioni o nei riflessi bluastri dei muri di una discoteca, persone che in qualche raro momento della loro esistenza hanno incontrato la felicità senza riuscire mai a catturarla del tutto. “Accadono cose immense, terribili, meravigliose, talmente vicine da segnare per sempre la nostra vita. Eppure, quando sono passate, ci accorgiamo che ci hanno solo sfiorato, e dobbiamo accontentarci d’immaginarle, come se non fossero accadute affatto”.

In linea con quanto suggerito da Veronesi, il film trasporta il suo spettatore per mano all’interno di quello spazio fantastico e triste dove ci si sente incredibilmente soli tra tanta gente e stranamente “in compagnia” quando si è soltanto in due nella stessa stanza – e fuori c’è Roma. Storia di un viaggio nell’abisso e di una risalita, nel confronto tra uomo e donna che reagiscono in modi diversi a situazioni comuni. È l’indagine indiscreta che spia un breve tratto di esistenza, ma anche la testimonianza di come una persona possa trasformarsi “nell’una o nell’altra cosa” a seconda delle sue scelte, come è accaduto a Sergio: l’unica cosa che Méte e Belinda hanno in comune fin dall’inizio del film, il padre, un ex giocatore e un ex dirigente di calcio che si trova adesso ai margini del suo stesso piccolo mondo. Tragico e comico in una sola smorfia – così come nei significati che veicola – Sergio racchiude le caratteristiche di un personaggio moderno e vero, allo stesso modo di Damiano (Michele Riondino). Questo amico-antagonista di Méte è un personaggio nato e cresciuto durante la sceneggiatura, strategicamente utile e funzionale, irrinunciabile per quella sua lucida logica del “pronti a tutto” (nel lavoro e nelle relazioni sociali) che contraddistingue i giovani del duemila. È un traghettatore inconsapevole che conduce il pubblico dalla sponda del bene a quella del male senza spingerlo a scegliere, ma costringendolo ad assaporare il retrogusto amaro di chi sa vendere case senza possederne una sua.

Completo in tutte le sue componenti contenutistiche e formali, questo film diventa il portatore di un’universalità nuova e ci lascia senza risposta quando ci chiediamo come mai un’opera prodotta negli anni Ottanta risulti tanto attuale oggi che i tempi sono tanto cambiati in peggio: la soluzione potrebbe forse essere racchiusa nel fatto che “siamo tutti passati attraverso la ‘sfioratezza’, a volte andando oltre, altre volte scegliendo di fermarci lì”, come rivela il regista. E l’universalità non è che la prima condizione di esistenza di un film destinato ad essere ricordato nel tempo.

Ilaria Abate

 

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