Dal film al romanzo e viceversa

La storia di una lunga comunione | Da Saturno/Il Fatto Quotidiano 24 febbraio 2012

Molti si stupiscono che quest’anno all’Oscar concorrano soprattutto film ispirati a romanzi. Da tempo vado dicendo che il cinema può trovare nella letteratura l’alleato più fedele. Ma a costo di tradirlo. Io stesso realizzo per lo più film ispirati a libri, da Sostiene Pereira al film che esce oggi nelle sale italiane Un giorno questo dolore ti sarà utile. A dire il vero l’approdo alla letteratura mi fu dettato da un increscioso incidente: avere firmato nel 1978 quel film “maledetto” Forza Italia! sul potere di allora, che venne subito censurato e mi costò l’ostracismo per oltre 15 anni. Ma che altro ha fatto tutta la vita Stanley Kubrick se non partire da un libro per realizzare i suoi capolavori? Hitchcock su 53 film ne ha tratti solo 13 da soggetti originali, tutti gli altri da romanzi. In realtà, un tempo il cinema dipendeva dalla letteratura in una forma di soggezione culturale. Oggi è piuttosto il contrario. E’ sempre più spesso la letteratura che guarda al cinema. E’ dai film che i romanzieri mutuano la tecnica del montaggio, il linguaggio dello slang, la pratica dei flash back, per citare solo qualche esempio. E diciamoci la verità: conoscete qualche scrittore che non vorrebbe trasformato in film un suo libro? Se non altro per guadagnare di più e aumentare le vendite. Salinger è stato un eccezione. Per anni i registi di tutto il mondo, incluso il sottoscritto, hanno cercato di convincerlo a cedere i diritti del Giovane Holden. Ma lui è rimasto immobile nel suo rifiuto. Diceva che una storia raccontata in prima persona non può essere trasferita sullo schermo. Secondo me sbagliava. E’ proprio sullo schermo che la prima persona può consentire allo spettatore la massima identificazione. Avrebbe la stessa forza l’incipit di Viale del tramonto senza la voce in prima persona di William Holden, annegato in quella desolata piscina hollywoodiana? Dai tempi di Salinger molto è cambiato e la riprova della formula vincente cinema-letteratura l’abbiamo proprio in queste ore con la pioggia di candidature all’Oscar. C’è però un equivoco da sfatare: che si debba partire dalla buona letteratura per avere un buon film. Truffaut sosteneva che non era assolutamente necessario, anzi. Un romanzo mediocre può diventare un bellissimo film. Come da un bellissimo romanzo può venir fuori un pessimo film. Altro pregiudizio da sfatare è che cinema e letteratura siano due linguaggi simili. E’ vero invece esattamente il contrario. La letteratura evoca, il cinema mostra. Dunque, nulla di più diverso. Ne era convinto lo stesso Pasolini quando scrisse, in premessa alla sceneggiatura di Accattone, che l’espressione cinematografica “manca quasi del tutto di una figura, la metafora, di cui invece l’espressione letteraria consiste quasi esclusivamente”. Proprio per questi motivi quando si usa il termine “adattamento”, oppure “trasposizione”, non ci si rende conto di impiegare vocaboli inappropriati. Il regista che si ispira a un romanzo è interessato al cuore della narrazione, alla storia, al plot, non al suo valore letterario. Ne consegue che il suo prodotto non può essere un semplice adattamento, operazione che non potrebbe riuscire neppure allo scrittore che si trasformasse in regista. Vedi il caso di scrittori registi come Pasolini o Robbe-Grillet. Insomma, tra cinema e letteratura non sussiste alcuna forma di parentela. Intanto perché si tratta di opere partorite da autori diversi, lo scrittore e il regista. Se parlando di film dovessimo cercare la consanguineità, non andrebbe trovata con la letteratura, bensì con la psicoanalisi. Cinema e psicoanalisi nascono pressappoco nello stesso anno ed è noto che il buio della sala è quanto mai prossimo tanto al setting quanto all’ipnosi. Ne era convinto Otto Rank che nel suo libro Il doppio è il primo a parlare di psicoanalisi e cinema, laddove scrive che il cinema ricorda il meccanismo del sogno ed esprime mediante le immagini il retroterra degli avvenimenti psichici. Scriveva il critico francese Jean Mitry in Estetica e psicologia del cinema: “il romanzo è un racconto che si organizza in mondo, il film è un mondo che si organizza in racconto”. E aggiungeva: “il cinema comincia dove finisce la letteratura”. Salvo rare eccezioni, il cinema nasce sempre da una pagina scritta. Partire dunque da un racconto o da un romanzo è qualcosa di assolutamente naturale per un regista. Nella scelta di opzionare un romanzo certo pesa il fattore bestseller. Se un libro ha venduto molto, così pensano i produttori, servirà come traino e trampolino di lancio. Il più delle volte così accade, ma non di rado avviene esattamente il contrario. Vedi il recente Mangia prega ama con Julia Roberts, tratto dall’omonimo superbestseller. Convertito in film, al cinema è stato un superflop. Ho usato prima la parola “tradimento”, intendendo che per realizzare un bel film occorre tradire il romanzo che ne è all’origine. Chi si aspetta un clone non capisce che il bello di un libro non sta nel replicare se stesso, bensì nel germogliare nuova vita. Ricordo le parole che mi disse  Anthony Burgess a proposito di Clockwork Orange, che Kubrick aveva tratto dal suo romanzo: “è un gran film perché non copia il libro”. Talvolta  l’errore di pretendere dal cinema fedeltà alla letteratura colpisce tanto gli spettatori quanto gli autori. Ricordo ad esempio che Abraham Yehoshua si irritò quando ribaltai il finale del suo romanzo L’amante. Avevo fatto spingere l’auto in panne al colono ebreo fianco a fianco del ragazzo arabo, persuaso che se Israele non si convince a vivere insieme ai palestinesi in quella terra non sarà mai pace. Ci sono anche casi estremi, come quando Godard fece a pezzi il Disprezzo di Moravia. O come quando Visconti, pur ispirandosi a I malavoglia per realizzare La terra trema, non citò Verga neppure nei titoli di coda.

 

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