Shakespeare prossimo nostro. Cesare deve morire

Più vero del vero | Da oggi nelle sale

E` lo spazio il vero protagonista del nuovo film dei fratelli Taviani. Uno spazio limitato ed infinito. Il carcere di Rebibbia con le sue mura e le sue celle diventa un teatro dove il reale e la finzione si fondono insieme. I luoghi reali, del carcere, sembrano creati per  rappresentare al meglio il Giulio Cesare di Shakespeare. 
I corridoi diventano luoghi dove congiurare. Il cortile il luogo dove Antonio pronuncia, ad un popolo che vive dietro a finestre con le sbarre, il suo elogio funebre a Cesare e la sua accusa ai congiurati. 

Gli attori-detenuti si trovano così a recitare se stessi. Il Giulio Cesare diventa per loro un momento di catarsi. Nella sua storia di amicizia, delitti e uomini d’onore rivedono la loro vita: "Sembra parlare di Napoli” dice un detenuto. La realtà degli uomini diventa parte integrante del testo. La vita reale si integra a quella di finzione, ne ampia gli spazi. Uomo e personaggio diventano cosa sola.  Il detenuto che ripensa all’amico che ha ingiuriato diventa Bruto che pensa a quell’amico.

I personaggi vengono fatti propri e legati all’attore dalla lingua. Tante diventano le voci che si sentono in Cesare deve morire. Rebibbia diventa una babilonia dialettale. Romano, siciliano, napoletano e altri idiomi si amalgamano. I personaggi diventano riconducibili ad una terra, ad un modo di pensare che è tipico dell’attore. L’indovino che diventa il pazzariello napoletano. Cesare che sembra provenire dalla banda della Magliana. Una realtà irrealistica di contrasti.

Dove la realtà delle carceri è resa irreale dall’uso del bianco e nero. In cui il colore è concesso solo alla finzione: quella del poster del mare e al teatro. Il teatro. L’atto finale e iniziale del film dei Taviani. Un inizio ed una fine simile in cui non è il compimento del gesto artistico a muovere l’uomo. Ma sono le azioni che portono a quell’attimo a liberare l’uomo dalla sua prigione. Una sensazione pura di libertà che appena finita non può che buttare nel peggiori degli sconforti. Proprio come pronuncia l’attore che interpreta Cassio, una volta finito lo spettacolo, dentro alla sua cella: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione.”  

Marco Scali


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