Henry: portrait of the roman violence

Una vita violenta | I fattacci romani

C’è la Roma città aperta, la Roma Capoccia, la Roma Sparita, la Roma felliniana, la Roma pasoliniana, la Roma papalina, la Roma del volemose bene, la Roma laziale dell’aquila e quella romanista della lupa, la Roma dei cunicoli e dei detenuti-attori del carcere di Rebibbia dei Taviani e quella di Henry, che sembra insolita perché multietnica e violenta, ma, in realtà, molto attuale. 

Nella settimana dell’attesa del derby capitolino, che si spera pacifico e non-violento, escono nelle sale cinematografiche due film che mostrano la violenza nella città eterna: quella periferica, vissuta all’interno delle sbarre del carcere di Rebibbia nella sezione di alta sicurezza, rieducata ed espiata catarticamente attraverso la cultura, e quella centrale, esterna che si consuma quotidianamente sulle strade centrali di Roma del Muro Torto, del Villaggio Olimpico e del quartiere di Tor Pignattara.
 
 
 
Henry di Alessandro Piva, vincitore del Premio del Pubblico al 28° Torino Film Festival e prodotto da Seminal Film in associazione con Bianca Film, è una trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo, ispirato ad un fattaccio accaduto al commissariato di Trastevere. Ma potrebbe essere anche un reportage cinematografico sull’escalation di violenza, registrata negli ultimi mesi a Roma, dove al pathos pasoliniano della periferia si sostituisce la violenza, non ovattata e non edulcorata, dei quartieri centrali.
 
E’ un intreccio noir –ma a volte pure un calderone- di spaccio, di droga, di poracci, di tossici, di criminali, di boss, di immigrati, di poliziotti onesti e di poliziotti corrotti. Una Roma melting pot, nella quale il regista ha voluto trasferire ed impiantare la periferia dell’anima, che emerge da sequenze girate in primo piano, da pedinamenti e da monologhi, quasi teatrali, dove i protagonisti rievocono la loro esperienza e il loro vissuto. Colpi di pistola, singolar tenzoni sulle terrazze, strisce di cocaina sniffate da poliziotti corrotti: questa è la Roma di Piva nella sua terza opera, definita dagli stessi attori fumettistica, dove i buoni si confondono con i cattivi finendo però per diventare macchiette comiche. 

Alessandra Alfonsi

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