A Simple Life, il valore della gratitudine

Un racconto commovente dall`Oriente | Semplici vite e grandi gesti 

Un film è come un bambino, devi badarci attentamente altrimenti partorisci un robot”, dice qualcuno al tavolino di un bar di Pechino rivolgendosi a Roger Lee, il produttore protagonista di questa storia. Del film citato ci importa poco, ma su quello che lo incornicia si può dire senza dubbio che ci hanno badato anche troppo. La regista e i gli sceneggiatori hanno plasmato un materiale preesistente e ingombrante, l’esperienza autobiografica dello stesso Roger (Andy Lau) e l’intreccio commovente della sua vita con quella di una donna chiamata Ah Tao (Deanie Ip). La sua “madrina”, come viene presentata agli altri accompagnatori di questa vicenda corale, eppure quest’anziana è qualcosa di diverso: Ah Tao è una speciale amah cinese.

Si è molto più che una semplice collaboratrice domestica, infatti, quando si cresce la prole di una famiglia per ben cinque generazioni rinunciando ad averne una propria. Certo nella cultura orientale il senso della gratitudine e quello della riconoscenza penetrano nella coscienza dei soggetti al punto che un bambino cresciuto nell’amore filiale di un’amah non dimentica di dover ricambiare, una volta che questa icona perfetta del dopoguerra (camicia bianca, pantalone nero e treccia alla francese costituivano la divisa di queste colf) si è trasformata nell’immagine di un essere umano fragile e orgoglioso molto bisognoso di cure. A partire dal momento del primo infarto, la salute di Ah Tao si muove rapida verso il tramonto: il tema dell’anzianità è una delle ragioni per cui il film ha suscitato subito l’attenzione della regista Ann Hui, che si è posta l’obiettivo di indagare minuziosamente il modo in cui i cinesi considerano questa fase della vita, benché sia raro che i film hongkonghesi parlino di terza età.

Non soltanto l’amore per i contenuti, ma anche quello per gli strumenti che le hanno concesso di realizzare il suo film: Ann Hui ha dichiarato di ritenersi fortunata per aver avuto accesso ad una confessione poetica con approccio realistico (il cast presenta nomi di attori non professionisti affianco ai nomi delle grandi star), ma il suo film non rinuncia a brevi spunti di umorismo sistemati nel punto giusto. Calore e umanità trapelano impetuosi dal momento dell’ingresso di Ah Tao nella casa di riposo, in sintonia con il luogo dove sono state materialmente effettuate le riprese, il distretto di Sham Shui Po. Ricca di contrasti generati dalla compresenza di negozi di elettronica e aree residenziali, quest’area della città racchiude la vera essenza di Roger, un uomo moderno inserito nella logica degli incontri di lavoro a ritmo serrato e nelle piccole prevaricazioni dei tempi moderni, ma allo stesso tempo profondamente romantico e ancorato alla tradizione. Se per sua madre  (Wang Fuli) venuta in visita da San Francisco Roger nutre affetto e rispetto, verso Ah Tao continua ad alimentare complicità, mescolando l’intesa alla devozione. Ne deriva un mix di sentimenti di antica provenienza che raramente si sviluppa oggi nel cuore di un bambino occidentale nei confronti della propria tata, anche nel caso in cui sia lei a portagli di nascosto quella coca-cola che i genitori avevano vietato di bere.

Dalla centralità dei dettagli ossessivi nella prima parte del film emerge la formazione di impianto documentaristica di Ann Hui, artista che negli anni Settanta iniziò la sua carriera nel settore televisivo: l’odore di cucina viene fuori dai primi piani sull’orata bollita e sulle insistite sequenze con la lingua di bue come “protagonista”, al punto da generare a tratti disgusto nello “spettatore mediterraneo”. Queste scene si sposano perfettamente con quelle che smascherano l’umidità delle strade sotto la pioggia o i disinfettanti sparsi sui lucidi pavimenti della sala comune, dove tutti gli anziani si ritrovano sorridenti pieni di speranze e delusioni. Non è mai troppo tardi per amare o per essere amati, sembra volerci suggerire l’espressione degli occhi di Deanie Ip, che non a caso premiata per questa interpretazione con la Coppa Volpi alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. 

Ilaria Abate
 

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