Guardare oltre i limiti (del cinema italiano)

Omologazione e dissonanze | Il caso di Cesare deve morire

Il successo al botteghino del film di Fausto Brizzi Com’è bello far l’amore è un’ulteriore conferma che i film italiani di maggior successo appartengono tutti allo stesso genere, la commedia. Pur differenziandosi dai famigerati panettoni, caldarroste matrimoniali intrise di volgarità gratuita che finalmente il pubblico sembra gradire sempre meno, e lo dimostrano i risultati deludenti di film come Finalmente la felicità di Leonardo Pieraccioni e Vacanze a Cortina della premiata ditta Neri Parenti, è ancora presto per gridare al cambiamento, alla fine di un certo tipo di commedie in favore di altre più garbate e sofisticate.

Sorvolando sulla scelta della terza dimensione, del tutto inutile per una commedia se non per far lievitare il prezzo del biglietto, restano infatti ancora grandi le distanze tra la nuova commedia italiana e quella dei tempi d’oro, capolavori di comicità e, nello stesso tempo, drammaticità, capaci di farti ridere a crepapelle ma che riuscivano a trasmetterti qualcosa, ti rimanevano dentro senza lasciarti più. I nuovi comici italiani propongono personaggi più evoluti e dinamici rispetto alla ripetizione ossessiva degli stereotipi dell’italiano medio messi in scena per oltre due decenni da Boldi e De Sica ma, a parte rare eccezioni, spesso scadono troppo nel macchiettismo e nel caricaturale.

Non aspireranno ad entrare nella storia del cinema o ad oltrepassare i confini nazionali ma il collage di banalità, gag demenziali, dialoghi non particolarmente vividi ed originali, e happy-end scontati di una certa commedia in Italia continua a piacere al pubblico, che vuole e cerca un cinema d’evasione, e a tenere a galla l’industria cinematografica nazionale, ormai pilotata da logiche di mercato invadenti che inducono a fare cinema un po` più “semplice” e di rapido consumo.

Che non è per forza di cose da buttare se non fosse che ormai la nostra cinematografia dipende sempre più da certi prodotti relegando ai margini del circuito cinematografico i film d’autore che, contrariamente a quanto avviene all’estero, proprio per le chiusure del mercato, non sempre godono di grandi distribuzioni. Ma il cinema non è solo una questione di business e lo sanno bene due cineasti non allineati come Paolo e Vittorio Taviani, vincitori dell’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino con Cesare deve morire, un film low budget interamente girato in un carcere e centrato su uno spettacolo teatrale dei detenuti di Rebibbia sotto la supervisione del regista teatrale del carcere Fabio Cavalli. Un grande esempio di cinema di qualità capace di sfornare un prodotto che non è fine a se stesso, slegato dalle logiche produttive di un’industria che tende sempre più a massificare il grande pubblico, quello che in termini di ricavi conta davvero.

Come ammettono gli stessi fratelli Taviani in conferenza stampa di presentazione del film, nelle sale da venerdì scorso, “le società cinematografiche di casa nostra, a quest`opera così particolare non hanno creduto. Tanti hanno visto il nostro lavoro, nessuno lo voleva: Nanni Moretti invece ci ha detto subito sì". E il film vola anche all’estero. Non c`e` che dire, una bella lezione per il cinema italiano.

Monica Straniero
 

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