La strage di Castel Volturno in chiave all black

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista 

Ogni tanto i festival servono. Se a Venezia 2011 la giuria presieduta da Carlo Mazzacurati non avesse attribuito a “Là-bas” il Premio Luigi De Laurentiis per il migliore esordio, cioè 100 mila dollari in soldoni, probabilmente Istituto Luce Cinecittà non l’avrebbe mai distribuito. Invece esce oggi in 15 copie. Meno male. Immigrati & integrazione è un tema delicato. Non che il cinema italiano sia distratto in materia, di recente si sono visti “Cose dell’altro mondo” di Patierno, “Terraferma” di Crialese e “Il villaggio di cartone” di Olmi, tre modi diversi di parlarne. Ma “Là-bas”, ora seguito dal sottotitolo “Educazione criminale”, applica all’argomento uno sguardo originale. L’ha diretto il napoletano Guido Lombardi, classe 1975, trovando nei produttori Dario Formisano, Gaetano Di Vaio e Gianluca Curti tre “complici” ferventi e sensibili.

Realizzato con circa 450 mila euro, dei quali 80 mila vengono dalla Regione Campania, “Là-bas” è un film atipico, scostante, a tratti ingenuo ma impavido nella sua prospettiva “all black”. Lo interpretano attori africani sconosciuti; è recitato in francese, inglese e dialetto stretto, il che ha richiesto l’uso di sottotitoli; non offre un punto di vista “bianco” sull’immigrazione clandestina. Di sicuro l’ex sindaco di Castel Volturno avrebbe preferito che il film non fosse girato. Rimozione pura: da quelle parti la comunità africana conta tra le 18 e le 20 mila persone, per una buona metà senza permesso. 

“Là-bas”, che in francese sta per «laggiù», a dire l’Europa vista dall’Africa, si ispira infatti al massacro di Castel Volturno del 18 settembre 2008. Un commando di camorristi, travestito da forze dell’ordine, irruppe in una sartoria frequentata da immigrati sparando all’impazzata. Sei ragazzi restarono uccisi, un settimo, il ghanese Joseph Ayimbora, si salvò fingendosi morto (purtroppo un aneurisma l’ha stroncato qualche giorno fa, era ancora sotto protezione). Il boss Giuseppe Setola voleva dare una lezione a un gang nigeriana. La magistratura chiarì che le vittime non erano coinvolte in traffici illeciti.

Nel film la ricostruzione è più “libera”, romanzesca, appunto da educazione criminale. Infatti resta sul terreno anche un piccolo ras africano che si sente intoccabile, mentre il sopravvissuto alla strage di San Gennaro, suo nipote Yussuf, musulmano fervente finito nel giro malavitoso dopo aver provato a vendere fazzoletti sulla costa domizia, troverà infine accoglienza presso una comunità di onesti immigrati clandestini. 

Già ribattezzato dai critici il “Gomorra nero”, il film non è un documentario sociale. Non agita solo un problema, descrive una condizione umana, tra paure e illusioni, in una chiave di spettacolo a forti tinte. Certo il regista ha idee chiare: «Stiamo importando schiavi per sostenere la nostra economia. Ma cosa succede se un africano, stanco di guadagnare una miseria lavando automobili o sfinendosi nei campi, s’accorge di poter guadagnare 100 euro in un’ora?». Già. 

Michele Anselmi

 

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